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giovedì 24 maggio 2007

LIBERATO IL PETTINE!

Giardino Zen - Esterno giorno
La sabbia nel terrario, alberi bonsai di ciliegio intorno, giochi d'acqua.
Rastrelli abbandonati a decine sulla sabbia.
Arriva un pettine, è pieno di abrasioni, ha ancora i segni delle catene e della tortura. Macchie di sangue sul dorso.
Ha perso qualche dente, ma ha il corpo d'osso.
Si getta sulla sabbia, e scende in verticale, creando piccoli solchi e disegnando arabeschi, inseguito da un orribile armadio portaoggetti da bagno in formica.
La sabbia ora è irriconoscibile. Lo spirito Zen ha liberato il pettine, che non ha più sangue, ne' cicatrici.
Ora è libero, l'armadietto scompare disintegrandosi al sole.

martedì 12 dicembre 2006

NASCERE BIANCO, NASCERE NERO

Io sono nato caporale: dove ero io, era l’unica scelta. Il 1980 me lo ricordo. Anni difficili, per noi su al Monte. A tredici anni, tutto vorresti, tranne arare un campo e fare solchi sotto il sole su terreni di pietra, e invece ti trovi lì, la schiena spezzata, e tuo zio che ti grida infamie bastonandoti le gambe. Sei solo un ragazzo, ma l’odio già ti fa schiavo. Inizi a odiare il sole che sorge dai vetri delle camerate dove si dorme in tanti, e lo sbuffare del trattore tra i sentieri. Odi i cani che latrano, e i dialetti dei mille migranti che vengono qui da luoghi lontani, a litigarsi il pane. Cresci in fretta, ti spunta una barba dura, e fai a vent’anni certe rughe che in città non vedi. Rughe che neanche i pescatori di Gioia, se li hai visti mai, hanno. Perché sotto quelle rughe in fronte, c’è tanta di quella rabbia, e tanto sole amaro, che ti sorprendi non venga fuori tutta insieme, come a un cane di strada, diventando una buona volta un coltello a serramanico infilzato in qualche pancia. E forse a venticinque anni pensavo di aver capito finalmente come domarlo, tutto quell’odio. L’unica cosa che mi piaceva del lavoro era il potere. Già. Comandare un gregge terrorizzato dal lupo, e scoprire il piacere di essere io, quel lupo. Cinquanta ? Cinquecento ? Chi non si china agli schiaffi, obbedirà al coltello. Se solo l’odio non mi avesse preso, forse oggi sarei lì fuori. Era mattina, ad Avellino, in una cella frigorifera. Quando vennero ad aprirci molti erano già morti. Anche Hassan il marocchino. Giocava bene a carte, era di Essaouira. Ci salvammo Tebogo e io, Babu. Accra mi mancava, scelsi comunque Rosarno. In Ghana se dicevi Babu rispondevano scuola. Ero maestro. I ragazzini si alzavano e mi salutavano. Non avevano quasi mai le scarpe, ma le mamme ci tenevano che camicie e pantaloncini fossero pulite, appena coperte di quella polvere rossa che ti segue quando vieni a piedi dai villaggi. A 32 anni sembrava un sogno, e la brutta faccia di Mommu non mi spaventava. Mi sbagliavo. Ci radunarono di mattina nei campi, ci tolsero tutto, i documenti a chi li aveva.. Caporali ce n’erano, ma lui era il diavolo. Girava con un coltello, urlava, picchiava. Se avevi un amico colpiva lui per atterrire te. Le giornate negli aranceti della Piana erano interminabili. Il cielo aveva l’azzurro del Ghana, ma la schiena bruciava di un sole diverso. Un sole crudele, che non smetteva di ricordarci che nelle mani di Mommu eravamo niente. Sei anni lì, dormendo alla vecchia fabbrica. Alla puzza di fogna, di cibo marcio e sudore mi ero abituato. Noi anziani aiutavamo le reclute, spesso di Sofia e Tirana. A volte riuscivamo a evitargli le bastonate, raccogliendo noi il loro. Se ne accorgevano e finiva male. Una mattina diedi un po’di acqua a Dijan che stava male. Venne Mommu, negli occhi un odio nero, più della mia pelle. Sapevo che avrebbe colpito alle gambe. Quella volta non fu così. Urlò qualcosa nel dialetto dei monti. Prese il coltello, si tagliò il pollice e me lo strofinò in viso. Potevo sentire l’odore del sangue e della mia paura. Poi, una puntura, e un fuoco che mi divorava, mi sentivo sempre più debole. Vedevo il coltello piantato nel mio corpo. Prima di chiudere gli occhi lo sentì ridere. Pregai Allah che avesse pietà della sua anima empia e mi regalasse per l’ultima volta il cielo di Accra.
GIANLUCA IOVINE

A VOLTE TI UCCIDE IL PESO DEI SOGNI

Oltre il termitaio di cemento delle case sventrate, delle verande di vetro e cemento, dei mattoni rossi, ci sono file di panni stesi che aspettano raggi di sole lunghi un sempre. I secondi piani affacciati sul mondo del niente, i progetti fatti a pezzi dalla macelleria della vita. Quello che resta, delle speranze di tante famiglie qui a Gioia, è nascosto proprio nell’anima di questi mattoni. E se per altri è vergogna, per la gente di qui è trofeo, ciò che resta del sogno familiare, a volte realizzato fuori tempo massimo. Antonietta forse pensava cose così, o forse no. Non aveva studiato molto. Aldo aveva un piccolo bar, lei lavorava alla cassa, i figli piccoli Raffaele e Ippolito aiutavano come potevano. Una vita normale, lavorando non si sarebbe mai diventati ricchi, ma almeno non mancava niente. Insieme ogni domenica Aldo e Antonietta contavano i soldi. Era come un gioco. Facevano i cilindri di carta con le monete da 100 e da 50 lire, e i pacchetti da mille, cinquemila e diecimila lire. Passavano le stagioni, quelle del silenzio e quelle del piombo, delle proteste e dei braccianti, dei politicanti e di nuovo del silenzio. Il caffè piaceva a tutti. Servivano tutti, anche se poi i capifamiglia spesso non volevano pagare, e allora che potevi fare? Sorridevi, ma di quei sorrisi spezzati. Non erano solo le stagioni a pesare sulle spalle e neanche solo le tasse. Pesava più di tutto il sogno. Anche i sogni pesano a Gioia, perché sono di cemento pure le idee. E se uno ha deciso che Raffaele che ora ha vent’anni deve avere la casa per mettere la testa a posto e andare a vivere con Maria, allora bisogna fare i soldi. Le fondamenta e il primo piano c’erano già, pure le scale avevano cominciato a prendere forma. Non era una casa bella, ma era una casa forte. Antonietta e Aldo speravano di vederla presto riempita di mobili, ceramica, argenti e soprattutto bambini da crescere. Perché i vecchi vivono nei bambini. E sarebbe stato bello un giorno arrivare a settant’anni e cullare un piccolo Aldo o una piccola Maria Catena. Ma è difficile tenere in aria come fosse un palloncino rosso il tuo sogno, se è di cemento. Pesa troppo, cade giù, e tu sotto di esso. Non fu solo lo strazio di trovare quel brutto giorno del 1979 Aldo morto del letto, no. Antonietta capì che in quel momento tutto stava per sbriciolarsi. Restò Ippolito, che aveva 18 anni e il carattere forte del padre. Raffaele a ventun anni prese la valigia e andò da quegli amici suoi in Germania. Qualcosa la sapeva fare come muratore, il diploma di ragioneria lì non serviva. E partì, lasciando pure Concettina, che non volle più sposare. Sogni sempre più appesantiti, fragili, divelti come cancellate mangiate dalla ruggine. Antonietta guardava le fotografie di Aldo e anno dopo anno contava i soldi. Prendeva qualcosa, e i muratori costruivano. Poi un giorno, aveva solo vent’anni, povero figlio, Ippolito lo trovarono i Carabinieri in una vecchia cisterna con la siringa ancora in vena. Morto di tristezza. Antonietta avrebbe voluto morire pure lei. Ma il dolore preferisce tenerti vivo e rigirarti. Restò viva sulla poltrona. Raccontano che di sera si metteva nella casa costruita a metà e cantava come una nenia la marcia nuziale al figlio. Contava sempre i soliti soldi. Anche se il bar era chiuso da un pezzo, e i sogni non volevano più staccarsi da terra.
GIANLUCA IOVINE

FATA D'ARGENTO

FATA D’ARGENTO

L’indomani Drago sarebbe arrivato. Michele guardò Menico, Roccu e Pasquale. Avevano fatto un buon lavoro. A Rizziconi rendevano molto più sdraiati sui trattori, che in piedi a dare le schifose olive, i secolari. Certi avevano tronchi così larghi che ci volevano le mani di due uomini per abbracciarli interi. Dicevano che alberi così potevano avere anche quattrocento anni, ma qualche vecchio in paese credeva ce ne fossero anche del tempo dei Greci. Non che gliene fregasse molto, ai ragazzi. Loro prendevano la sega circolare, la plastica per imballare l’albero, e andavano dritti dritti sulle radici. Usavano anche la scuotitrice. Poi, pieni di terra rossa, con tronchi pesanti e lunghissimi, i trattori dei ragazzi uscivano dall’uliveto come ci erano entrati. A volte, la domenica che si beveva insieme al bar, ci chiedevamo perché nessuno mai parlasse, eppure ci avevano visti tutti. Non era necessario mostrare autorizzazioni false. A nessuno interessava. Quando qualche macchina della Legge passava, noi eravamo già imboscati, alberi e trattori. Chissà che se ne facevano a Treviso, di un ulivo calabrese azzoppato. Però pagavano bene. Anche duemila euro. Certo, c’erano i regalini per Beppe, ma ce n’era abbastanza da stracampare noi e famiglia. Un lavoro pulito, che non dava fastidio a nessuno. E poi, gli ulivi mica potevano parlare, no? Mi svegliai che ero sulla piazzola della Firenze Nord. Tutto normale, sembrava. Erano solo le dieci di sera. Il sonno era durato troppo poco. C’era ancora da portare il bestione, l’enorme tir cassonato giù per l’Italia, fin quasi a Reggio. Lì, come al solito, avrei trovato Michele e gli altri che lavoravano. Il tempo di caricare, sistemarci la cosa da amici, e ripartire verso Castelfranco. Brusadin era stato chiaro: solo piante di qualità, forti, e che fossero tagliate da esperti, “Perché – diceva – poi finisce che muoiono subito ai primi freddi!” Ricordavo quasi mai i sogni, quella volta lì qualcosa di strano mi occupava la mente, un’immagine. Doveva essere stato questo a guastarmi la dormita. Andai all’Autogrill a prendermi tazza di caffè e panino, e anticipai di un’ora la partenza. Guardai la scritta Drago in cima al camion. Drago ero io, che poi mi chiamavo Beppe. Salii su, armeggiai tra cambio e frizione in una gran manovra, mentre bevevo le ultime gocce di caffè, e mi buttai in autostrada in direzione Sud. Per una volta, Isoradio tranquillizzava sul tempo e le code. Roma si avvicinava. Poi Napoli, Salerno e il Cilento, e via per il Tirreno, da Lamezia fino a Gioia Tauro. Poi, quella strana notte di settembre, la rividi. Dovevo essere verso Palinuro, quando l’immagine che mi aveva tolto il sonno era riapparsa. Stavolta era nitida. Esile, un vestito impalpabile, ricamato. Ornato di foglie di ulivo. Non pareva di questa terra, parlava con gli occhi. Mi sedeva di fianco, in silenzio. Io atterrito, mentre lei, con un gesto doloroso si allargava le falde dell’abito, scoprendo la pelle argentea e ferita, chiazzata di sangue. Fu lì che disse: ”Non ucciderci più”. Quasi inchiodai sul guard rail dal terrore, dovetti fermarmi. Quando ripresi il viaggio, non c’ero più con la testa. Me ne fregavo di Brusadin, dei suoi soldi, e pure delle mazzette che mi allungava Michele. Iniziavo a sentire la voce degli ulivi.
GIANLUCA IOVINE