Visualizzazione post con etichetta RACCONTI 2006. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta RACCONTI 2006. Mostra tutti i post

sabato 16 dicembre 2006

COSA 'E NIRONE

GIANLUCA IOVINE

COSA ‘E NIRONE

“Signor Commissario, il fatto è, vedete, che a me nun me piace stà sulo. A me stà sulo me fa ammurbà. Anzi, se proprio ve l’aggia dicere, je, e stà sulo tengo proprio paura.” Pascalone Canessa diceva questo, e dondolava inquieto il corpo flaccido, le braccia inchiodate alla scrivania. Di tanto in tanto si fermava, asciugandosi con un fazzoletto di stoffa il sudore. Poi con quelle sue dita grosse e giallastre si accendeva una MS, fumandola nervosamente in aria. Gianni Romualdo ne aveva visti tanti di malavitosi, ma Pasquale Canessa fu Gerardo, per tutti Pascalone, era un caso a parte. Ogni mattina se ne stava con gli amici al Caffè Nacatola all’angolo, sorridendo al sole con gli occhiali neri e la testa rasata. Si accompagnava ai due fratelli Santoro, a Peppe Migliardini, a Giovannino Rende e a Geppino Russo. I turisti vedevano sei amici che bestemmiavano sul Napoli in B, ma i poliziotti sapevano che erano sei degli uomini del clan Fraticelli alla Torretta, i più scafati e feroci. Pascalone era il luogotenente di zona, e da Santa Maria della Neve a San Filippo a Chiaja, da Via Crispi a Santa Maria in Portico non si muoveva niente se Pascalone non parlava. “Era un periodo di crisi nel commercio, quel settembre 2003, vero? “ “Commissà, è ‘o vero! Nun se puteva fa ‘na lira. ‘E puteche nun faticavano proprio! Allora nuje ‘nce ‘nventajime Nirone.” E già, Nirone. Un bel pitbull allenato al vecchio cinodromo, a rincorrere ogni tipo di bestia, puntualmente dilaniata. Per tre anni un divo dei combattimenti tra Casalnuovo e Acerra, Pascalone si era tolto lo sfizio, comprandosi quel bel canillo bianco e nero. Lo aveva ammaestrato per bene, e piano piano ci si era affezionato. “A ggente se penza ca nuje d’a malavita nun tenimme paura. E invece.... Ce futtimme ‘e paura, ‘on Giuann! Accussì, je jevo pe’ strada c’o canillo”. Un giorno, mentre chiedeva i soldi a Zhang Tse, al negozio di pronto moda a Viale Gramsci, Zhang prese il coltello. Allora, Pascalone disse solo:” E’ cosa ‘e Nirone! Nirò, vaje!” E Nirone andò, e prese Zhang alla gola senza mollarlo un attimo. Poi coi denti sporchi di sangue, si accucciò ai piedi di Pascalone. Pasquale Canessa diede uno sguardo di disprezzo, l’ultimo, a Zhang, sputò saliva e nicotina sul suo corpo e se ne uscì. Pochi giorni dopo era in galera, per omicidio. E mentre Nirone veniva soppresso al canile a chilometri di distanza, Pascalone si appese con pezzi di tela alle sbarre. Non per colpa, ma forse per paura della notte, si era impiccato.

AMIR CHE VENNE DAL MARE

GIANLUCA IOVINE

Amir che venne dal mare

Di quelle mie giornate di bambino ricordo il senso del tempo, uno spazio soffice di ore scandite dal sole. Con Nazim, Fatima, e Mehmet giocavamo nascosti tra le barche capovolte. Immaginavamo enormi balene, mostri dei fondali che inghiottivano caicchi di pescatori. Ridevamo, ridevamo molto, persino della nostra povertà. Ci chiedevamo il perché di tutto: neanche il colore del cedro e della curcuma era scontato. Tutto andava capito, indagato. Per questo qualche notte capitava che non tornassimo a casa. I padri si disperavano, gli anziani guardavano in silenzio il mare. Noi invece cercavamo il filo di quegli strani traffici, di quei movimenti convulsi intorno a barconi e gozzi. C’erano uomini di pelle più chiara della nostra, di fuori villaggio. Oggi so da dove venivano, ma in fondo cosa conta? Oggi è cambiato tutto, potrei anche scordare, e invece non riesco. Li sento che parlano, che urlano, anche; li rivedo mentre si passano pacchi marroni sotto i nostri occhi ridendo sprezzanti… Uno di loro si accompagnava spesso a mio zio Yussuf. Lui era un fratello di mio padre. Quando egli morì gli fui dato in consegna, da noi era normale. Così non ebbi da ridire quando mi disse di raggiungerlo al porto, quella sera. Salutai i ragazzi che stavano giocando con un granchio rosso, e andai giù verso il mare. Mio zio era proprio con quell’uomo che diceva di chiamarsi Aliosha. Scherzavano e bevevano liquore d’anice. Ne volevano dare anche a me, ma non mi piaceva e rifiutai. Poi ricordo solo il buio. Mi svegliò non il sole, ma una donna che tossiva. Dove eravamo noi c’era tanta, troppa gente. Una selva di corpi di bambini anche più piccoli di me, e donne. Poi c’erano uomini. Alcuni erano diversi,da noi: c’erano africani nerissimi di pelle e bimbi dai volti pallidi e gli occhi blu. Alcuni parlavano, altri piangevano soltanto. Certi stavano male, alcuni sudavano e si giravano. Cercavo con gli occhi zio Yussuf, temevo che gli fosse accaduto qualcosa. Non capivo dove eravamo, allora andai su verso la luce che mi feriva gli occhi e trovai un mare diverso. La grande barca piena di uomini e donne dondolava sotto il sole. Gli uomini che avevo visto al porto per giorni erano tutti lì. Io piangendo chiedevo di Yussuf, e uno di loro che conosceva il curdo rise di me, e sputando in terra mi disse che dovevo scordarlo, che era come morto, che non l’avrei rivisto più. Io volevo sapere, avevo solo otto anni, dovevo sapere, e l’uomo di nome Zlatko mi disse nella mia lingua che lo zio mi aveva venduto per una cassa di fumo. Per l’orrore mi sembrava di morire, allora cercavo di non pensarci e di guardare il mare. Eppure, anche se a volte ci seguivano delfini, pesci rondine e gabbiani, sentivo che non era il mare mio. Il mio mare aveva il colore degli smeraldi di Saba, la sabbia chiara come le rocce dell’altopiano. Lo abitavano mostri che avrebbero divorato gli ingiusti e salvato gli innocenti, come diceva il mio povero padre. Innocenti affamati e assetati, da qualche parte in mare. Giorno dopo giorno, quel barcone puzzava. Fu allora che conobbi l’odore della morte. Una madre col figlio, un vecchio, due giovani storpi, e non so quanti altri. Tutti in mare, pasto per i pesci. Dopo sette giorni non avevo la forza di urlare, di bere, di piangere. Trovammo mare grosso, e i nostri aguzzini buttarono via altri corpi di vivi e di morti, finché una notte li vidi agitarsi. Urlavano verso il mare. Sembrava il mostro marino che doveva aiutarci, con gli occhi bianchi di luce. Invece, era una barca di uomini meglio di questi. Una barca grigia e più veloce di noi, che ci sbarrava la strada. Quegli uomini feroci buttarono in acqua tanti, anche me. Alcuni non ce la fecero, anche se gli uomini grigi volevano salvarli. L’amico cattivo di mio zio fu colpito e cadde in acqua, altri si fingevano poveracci, ma io sapevo che non era così. Ci presero dal mare, che tremavamo, e ci diedero cibo e acqua. Poi ci rinchiusero di nuovo, in una casa vicino al mare con le grate. Era vent’anni fa, ed è oggi. Otranto mi ha cresciuto, ma non smetterò mai di pensare al mio mare perduto.