martedì 7 agosto 2007

TAIFUN

Incominciò così: Poche righe scritte immaginando piccoli mondi altri.
Poi non ricordo più. Una nube di polvere e sangue.
Voci, strepiti, urla, e infine un sonno simile alla morte.
Intanto, tra le rovine ci si agitava, increduli che fosse successo l'imprevedibile.

Ma l'Isola riusci a piegare la calamità, anche se tante palme erano state sradicate e distese tra il mare e la sabbia, insieme al loro carico di frutti.
Carapaci di crostacei e conchiglie senza più i loro abitanti, e sassi, e resti di animali.
Quei giorni su Scripta regnava solo il silenzio.
Poi venne la nuova alba, e il sapore amaro del sonno (o del sogno) svanì.

martedì 17 luglio 2007

Un cv particolare

Un ragazzo si presenta in un posto per un’occasione di lavoro.
Viene scambiato per qualcun altro.

”Prego, si segga. Prende un caffè?” Michele non riusciva a spiegarsi tutta quella gentilezza. “La nostra azienda cerca giusto un profilo come il suo! Sono sicuro che è inutile metterla alla prova. Per il nostro ufficio legale è quello che ci voleva! Michele stentava a credere che una laurea presa fuoricorso a Messina, e qualche rara presenza in Tribunale potessero dargli quel posto d’oro. Eppure dall’altra parte della scrivania quel tipo sudato, in giacca, continuava a sfoderare sorrisi, a trattarlo come uno di famiglia. Alle pareti, fotografie di campagne pubblicitarie famose, e dalla finestra, la più meravigliosa veduta di Roma che avesse mai visto. Il dottor Redaelli accompagnò Michele nel suo nuovo studio. Ad attenderlo una splendida segretaria mora con gli occhi blu. Tutti intorno, a mostrare deferenza per quel giovane con la barba, e un completo stropicciato. Michele si sentiva al centro di un film. Poi fu l’ultima frase di Redaelli a spiegargli tutto. Vede, la Finanza ci ha tenuti d’occhio per un po’. Ma ora con lei… Michele non capiva proprio dove quello voleva andare a parare. “Lei, continuava, saprà certo indirizzare i bilanci dove devono….uh…andare, mi capisce?” Sì, Michele capiva. Cercavano un uomo di paglia. E poi con quel cognome…. Soprattutto ora che suo padre… Beh, glielo confesso, mi è sempre dispiaciuto per il suo povero padre…per me Totò Riina è il più grande errore giudiziario di questo paese!

In fuga nel sole


Ragazzina rapisce la nonna che i parenti vogliono portare in ospizio.

“Ma tu non hai la patente!” “Beh, ma non è mica un problema, questo! Mi aiuti tu!” Concetta detta Titty e nonna Rosaria hanno cinquant’anni di differenza. Diciassette lei, Sessantasette l’altra. La vecchia Seicento blu di Don Carmine, pace all’anima sua, morto trent’anni prima sotto una botte nella sua cantina alla Vucciria, scalpitava come un cavallo. Un cavallo con la tosse, lanciata lungo il ventre di Palermo, verso Mondello. “Dove mi porti? Luisa a quest’ora avrà chiamato tutti, forse anche la Polizia!” “È per questo che dobbiamo fare in fretta, nonna! – disse Titty - correndo verso Capaci. Se la cavava bene, e la vecchia cercava come poteva di darle consigli per raddrizzare l’andatura, evitare di falciare qualche contadino a bordo strada, tenersi in carreggiata. Faceva caldo. Decisero di fermarsi giusto per andare in bagno e mangiare un panino. Era divertente Rosaria quando beveva la Coca Cola e le finiva nel naso. Concetta aveva giurato che la nonna in ospizio non ce l’avrebbero portato. Tutti dicevano che era arteriosclerotica, e un po’ era vero. Dimenticava le cose, se le faceva ripetere mille volte, ma una vecchia professoressa andava rispettata. “Nonna, raccontami ancora dei Vespri Siciliani, di Portella, anzi no, parlami dei D’Angiò, di Dalla Chiesa, di Cielo d’Alcamo, del Barocco…” E la nonna raccontava, quella lunga favola a modo suo, come se parlasse di Rinaldo e Angelica, forse perché suo nonno era pupàro. Intanto erano già arrivate a Messina, davanti al traghetto per il Continente. Concetta stava facendo i biglietti. Rosaria ansimava, sudava freddo, forse lo stress del viaggio. Sedette sotto un alberello all’imbarco. “Concè, io non ce la faccio! Così doveva andare. Senti, se vengono tuo padre e tua madre e mi vogliono portare all’ospizio, è segno che così doveva andare. Però se dovessi morire adesso, diglielo che anche ai vecchi piace scappare” E morì.

Hacked by love


Un hacker vuol fare colpo su una ragazzina. Ma non è il solo a conoscere certi trucchi.

Giacomo detto Rabid Dog sta prenotando un volo su Alitalia da un vecchio magazzino. Il suo pc è connesso. Intorno ci sono server, vecchi pc e schede digitali. L’interfaccia del sito è strana, porta l’operativo voli interno. Giacomo, occhiali neri, felpa e pantaloni lunghi, vent’anni e neanche un po’ di paura, si prenota un Milano – New York. Alla festa del centro sociale sta parlando e fumando con un gruppo di amici. Stanno suonando per il T28, per non far costruire un parcheggio a Viale Monza. Di sera, di nuovo al magazzino, Giacomo forza un altro portale. Compra le sue serie preferite in dvd, almeno 150 euro di roba. Spesa operaia, pensa. Una mattina vede fuori un locale di aperitivi una cameriera peruviana. È alta, selvaggia, con la faccia india. Decide di sedersi e ordinare una birra. Gli fa un po’ schifo stare in mezzo a tutti quei fighetti. Lui è diverso. Ha un quaderno, annota codici sorgenti mentre la ragazza gli porta la birra. Si sorridono. Lui ha del tabacco sul tavolo, lei lo nota. Quando torna per il conto, lui le fa trovare una sigaretta e su le dieci cifre del numero di cellulare. Al Centro sociale, i ragazzi decidono di attaccare il portale di un Ministero, e trovare certi elenchi che metterebbero nei guai più di un politico. Arriva Giacomo, stavolta è con Estrella. Le mostra al monitor quello che sa fare meglio: forza un paio di caselle postali e legge la posta di un attore e di un giornalista, entra nel pc di un ignaro utente, ed entra su Trenitalia, dove prenota due biglietti per Parigi. L’indomani, le dice, vedrai. La ragazza sembra sconvolta. Non pensava si potesse fare tanto con un pc. L’indomani si vedono per un gelato. Si baciano, sembra una storia come altre. Al magazzino, dopo un concerto, Giacomo la bacia. Poi entrano nel sito del Ministero della Difesa Americano. “Fa provare me”, gli dice la ragazza peruviana. E la lezione sembra l’abbia imparata. Naviga tra i codici di accesso, e trova documenti riservati. Poi spegne. “Smettila con questa roba, Giacomo” Nella mano ha il distintivo 0175. Polizia Postale, Martinez, Luisa Maria.

Come Teodora


TRACCIA UNO Una donna scopre il marito con l’amante. Ha poi un incidente d’auto. Batte la testa, perde conoscenza. Al risveglio…

Mara sembra felice. Anche se non ha avuto figli, la sua vita con Alberto è felice. È uno di quei rari casi di coppia dello spettacolo che funziona. Eppure, un giorno, comprando il giornale vede l’edicolante guardarla in modo strano. Abbassa lo sguardo, e su un giornale scandalistico, trova Alberto, il suo Alberto fotografato con una velina. Decide di fargliela pagare. Prende la Cinquecento nuova fiammante, e corre verso Cinecittà, dove Alberto sta girando una fiction per la Rai. Un cane le attraversa la strada. Per evitarlo, vola con l’auto contro l’albero. Tra le lamiere contorte, il corpo di Mara è esanime. Accorrono persone. Si sentono le sirene di un’ambulanza. NERO.

Mara è in un castello. Ha quattro uomini intorno a sé, a quattrozampe, cui tira della carne cruda. Ha il corpo seminudo, lucente, inguainato di nero, e due canini che affonda nel collo di un bruno alto, che le sta avvinghiato ai seni. NERO

Mara è in una discoteca. La musica è altissima, vibrante. Raggi laser rossi e azzurri le si posano sul corpo nudo. Sotto, una folla vociante di uomini, che cercano di toccarla. NERO

Mara è in carcere. La secondina le sta ordinando di spogliarsi, premendole con forza il manganello sul corpo, dopo averla ammanettata. Altre due detenute la tengono. NERO

Mara ha appena segnato la rete della vittoria. Ha la maglia della Nazionale. Nello spogliatoio, un’avversaria con la maglia del Brasile l’aspetta e poi la trascina sotto la doccia NERO

Intorno dei volti familiari, immagini che appaiono poco a poco. Sempre più vivide. Alberto le parla: Amore, apri gli occhi, senza… di te non…non.. ce la faccio!” Mara li riapre. Sentiamo i suoi pensieri: tu ti sei divertito. Ora tocca a me! E riprende a sognare. NERO

sabato 30 giugno 2007

All'Accademia

Finchè un giorno non entrò una bottiglia.
Ne sentimmo la vampa di fuoco, il crepitare del vetro dissolto.
Qualcuno aveva chiamato l'arte alla lotta e deciso che c'era arte di regime e arte di contestazione.
E intanto bruciavano le tele, e annerivano i muri.

E io, che non leggevo Marx e che Schmitt non l'avevo mai amato, mi ci trovavo indiscutibilmente in mezzo.

IL MATRIMONIO MULAZZANI

Ma quella del matrimonio Mulazzani me la ricordo bene.
I paggetti e le damigelle si inseguivano per le gradinate del Duomo d'Amalfi.
I genitori dello sposo che si sposava in uniforme erano emozionati e sudati: in celeste e con il cranio rasato Alberto, ex pilota militare, e con un abito blu a fiori sua moglie Gisa, una bella signora lombarda.
I coniugi Raia stringevano la mano di Loredana, radiosa nel macramè bianco latte. Lei teneva la mano di Enrico, che alla destra portava la sciabola da cadetto.

I signori Raia erano persone umili, io mi augurai solo che la foto che avevo davanti agli occhi non si avverasse tanto presto. Sperai che il destino di quel pilota in missione di pace in una terra lontana non spezzasse quei sorrisi.

Ma ora c'era da pensare al presente. E a un fotografo che vede il futuro nessuno dà credito.

A SANTA MARTA

A SANTA MARTA
Rumore, rumore. Santa Marta non era mai stata come in quel 1977, e forse non lo sarebbe stata più.
Le contorsioni di parole e suoni di Demetrio e degli Area facevano imbestialire Giuan, ma il portiere del palazzo di fronte, in fondo non li aveva mai amati, quei ragazzi con la barba e le bandiere di Cuba.

Habibi Habibi, cantava Demetrio e Giuan bestemmiava a ogni attacco della chitarra elettrica.

Era un minuetto macabro, era il progressive.

martedì 19 giugno 2007

UN FIORELLINO AZZURRO

Un fiorellino azzurro in un prato non fa poesia.
Il poeta distratto preferisce fumare, e scartarlo.
E non s'accorge che la cenere spegne quei colori.
Troppo tardi, ha arso ciò che era sotto gli occhi.
Ora dovrà inventare di aver visto qualcosa.

Lui che l'ha spazzata via nel silenzio.

LE CORNA

Riusciva, quella donna, a nascondersi e a nascondermi la sua vita.
Avrebbe potuto celarmi una vita parallela di uomini e gemiti frettolosi, in un autogrill della statale. Scelse di nascondermi un libro.
Nei momenti vuoti non guardava la tv, girava le pagine da più di un mese.
Per se stessa. Orgogliosa come una gatta ferita, sognava settembre.
Una riscossa che poteva diventare una valanga senza limiti.
E pazienza se era sola. Meglio essere creduta traditrice che vinta.
E pensando questo, girò pagina e chiuse un altro capitolo.

sabato 16 giugno 2007

UNA SEMPLICE TAZZA DI TE' LONDINESE

Ho comprato una tazza di tè. L'antiquario ha voluto narrarmene la storia. Pensavo potesse interessarvi. Sapete come sono gli antiquari londinesi. Preferirebbero non essere pagati piuttosto che perdere l'interesse di un viaggiatore.

Henrietta e Wilfred Young si sposarono nel 1850, lei aveva vent'anni. Era la terza figlia di Marcus Classen e Therese Kufstein Riedock.
Le sorelle maggiori, le gemelle Arabella e Margarethe piansero molto la perdita di una sorella cui erano molto unite, andata sposa a un ricco e arrogante inglese.
Wilfred impalmò la sua Henrietta in una seminascosta chiesa della capitale, ma non fu un matrimonio felice. I pettegolezzi all'ora del tè spesso coprivano l'atmosfera di una casa vuota, che Sir Wilfred, pur quarantenne, abbandonava di frequente per quelle che fingeva fossero cacce alla volpe.
Una mattina fu trovato agonizzante per un colpo di fucile da caccia, e arrestarono Lorrraine Coen Salmon, un' inquieta donna del Kent di famiglia ebrea, con cui Wilfred sembrava smaltire le ansie del matrimonio.
Gli Young ebbero un solo gfiglio, John Luke, nel 1871.
Questi, prima di morire nel 1903 per un attacco di cuore, fece in tempo a mettere al mondo Conrad (1896), Humphrey (1898) e Barbara Ann (1900).
Conrad morì giovanissimo annegato nel Thames a soli 10 anni, mentre Humphrey, forse il più noto della famiglia, fu attore di teatro, spegnendosi di vecchiaia nel 1980 nella sua villetta d campagna a Beccles.
I figli, Anthony (1918) e Patricia (1924), viventi, abitano vicini, in due ricche case della Cornobvaglia, aspettando che gli eredi gli portino via le ricchezze accumulate in oltre 100 anni di storia familiare.
Barbara Ann morì serenamente nel 2000, dopo una vita centenaria, spesa, tra le altre cose, a curare, almeno fino al 1979, l'immagine del Celerey Tea nel mondo.
Morta nella sua poltrona, con uno strano ,soddisfatto sorriso, la vecchia Barbara Ann Young ancora stringeva un cookie ricoperto al cioccolato bianco e una tazza di costosa porcellana, profumata di tè qualità Darjelling.

La stessa tazza che ho appena poggiato a lato del mio laptop.

giovedì 14 giugno 2007

Data Astrale 2578. Arrivo a Neurona

Primo Taxiport. Mi ha fregato un junghad. Però ci ha messo pochissimo. Me la ricordo duecento anni fa, Neurona. Una coltre verde e viola, ci vedevi gli sgorax accoppiarsi, e le mascelle di enormi garoniz, divorare, nascosti tra i fiori di ufangre, le larve poco attente di uei. Ora Neurona è zolfo e morte. Bruciata dagli acidi. Ma devo lavorare, e scatto. Primo reducs, ho acquisito un sintovegetale che sbuffa fumo dal sifone. Altro reducs, il corpo senza vita di un verme della specie roddày. Acquisito un sasso blu, forse traccia cristallizzata di una coppia di mattajes. Ancora due. Fermo un mercante di tentacoli di saxxum, ha anche delle teste. Me ne fa assaggiare una, ricoperta di salsa e cenere. Lo saluto. Ultima acquisizione, il mio volto. La pelle grigia non c’è più, e due dei miei otto occhi sono guasti e non trasmettono. Devono rivederli questi fottuti bioritrasmettitori! Qualcuno ci morirà, prima o poi… Taxiport di ritorno. Altri otto junghad buttati via.

mercoledì 13 giugno 2007

WORM HOTEL

"Non ha prenotato? Hmm, no, a quanto pare", disse l'addetto alla reception.
"Bene, dovrei avere spazio in uno scatolino di cerini. Ecco la chiave."
Berosdeo e Cramella strisciarono fino a quel sogno di stanza.
Polvere di zolfo dappertutto, piccole schegge rosse come rose degli innamorati, e succulente macchie di grasso.
Strisciarono insieme fino a un piazzale di colla asciutta.
Lui la prese e senza molta timidezza, le si avvinghiò.
Certo, per due vermi poveri come loro non era grande e profumata come una mela o lucente e morbida come una bistecca, ma era la felicità.
Il paradiso, per due vermi semplici.

martedì 29 maggio 2007

STARSENE A CASA

BEPPE GRILLO & A.A.V.V. - GLI SCHIAVI MODERNI
Starsene a casa
Aggiornamento. Da agosto non lavoro. Ti promettono un posto di project manager in un
tour operator, e dopo un mese di lavoro nero, in straordinario da venditore di vacanze, torni
a casa. Ecco, io vorrei, caro Beppe, che venisse fuori una cosa. Starsene a casa se si vuole
lavorare porta una sola cosa: depressione. Ti senti inutile, scaricato, ti senti in colpa se esci il
sabato, perché sai che per te è purtroppo vacanza tutti i giorni. Ti consumi gli occhi davanti
al pc, tra le offerte di lavoro e le mille alternative per distrarti. La qualità del sonno peggiora,
le amicizie si deteriorano, il senso dell’umorismo sfuma, e ti fai domande. Ti chiedi cosa sarà
di te quando i tuoi non ci saranno più. Ti domandi come si può vivere di mance a 34 anni e
mezzo dopo una Laurea e un Master, ti inventi delle attività. Così fai editing, inauguri siti web, fai fotografia d’arte, scrivi racconti e discorsi politici, dai consigli di marketing e scendi in Camera di Commercio per fondare un’impresa. Pensi alle speranze dei primi anni, ai punti di svolta, a quelle volte che hai rifiutato un lavoro o quando ne hai accettato un altro. In questo quadro vivere con la tua donna, progettare un futuro, diventa secondario. Hai paura di mettere in circolo le tue infelicità e distribuirle a un figlio che non c’entra nulla. Vorrei che chi difende la precarizzazione istituzionalizzata del lavoro riflettesse sugli abusi e sui danni, anche psicologici. Quanti episodi di cronaca oggi hanno alla base la disperazione da lavoro! Quanti distretti hanno avuto uno sviluppo vertiginoso delle attività criminose, subito dopo la chiusura di stabilimenti produttivi? Vivo a Napoli, ma a Torino, Milano, Trieste non è diverso...

G. I. 08.03.2006 21:50

SPAGHETTO ETNICO DI TONNO

Gusti: Spaghetto etnico di tonno domenica 8 gennaio 2006 di Gianluca Iovine


Soli in casa, pomodoro a pezzi, tonno e poco più. Mi ricordo di Torino. Quando si è soli a Torino, si può andare al cinema, farsi fare i tarocchi o cucinare. Io a volte cucinavo.
Una bella pentola capace, la riempi di acqua tiepida fino al manico, e ci metti dentro un pugnetto di sale da cucina. la metti a fiamma bassa e aspetti che il sale evapori tra le bollicine. Intanto sull'altro fuoco hai una padella appena unta di olio. Ci vuoti dentro una scatola grossa di tonno già senza più olio, dei bei capperi senza molto sale, qualche oliva nera già mondata, e pizzichi di rosmarino, origano e cipolla tritata. Con un cucchiaio di legno soffriggi tutto. Poi, all'improvviso, anneghi tutto con dei bei pomodorini a pezzetti, presi da una scatola, e filtrati. Lavori il tutto, arricchendo con altra cipolla tritata e altri pizzichi di rosmarino. Una volta che tutto sembra pronto, ci va giù un po' di sherry vecchio. Spegni la fiamma appena lo sherry si incorpora, e prendi gli spaghetti. Bastano 100 grammi a testa. Li spezzi, e li metti nell'acqua bollente della pentola. Li scoli al dente, e poi li lavori da cotti in padella, saltandoli nella salsa di pesce e spezie. Un ultimo goccio di sherry e un pizzichino di pepe nero. Credo che ti piaceranno. Dolce, salato, forte, speziato... Per un po' i problemi aspetteranno !

I FRAMMENTI

Tratto da: http://www.diamocideltu.net/blog/romance1.php3

Romanzone#16"I Frammenti"domenica 8 gennaio 2006 di Gianluca Iovine
Alice inizia a ricordare. Le immagini prima di lasciare casa, le paure, le premonizioni. Ma vuole, deve partire. Il sacco a pelo, le birre, le cartine. Il libro di Faber. Avevo sottolineato in rosso tutta Via del Campo. Le immagini si facevano sempre più nitide. Ricordo che al tg volevano farci paura. Solita logica dell'aggressione. Dicevano di non venirci proprio, a Genova. Era diventata tutta loro, chiusa, e noi saremmo stati nel pollaio fuori la Zona Rossa. Io più sentivo quello del tg che diceva questo e sorrideva, più stringevo i pugni. Lasciai pure le birre e le cartine. Volevo andarci io, sola e ribelle. Volevo andarci per vedere, perchè non mi raccontassero loro quello che volevano. Volevo sentire le cose, fiutarle, come un animale. E volevo urlare, urlare con gli altri disperati o magari meno disperati di altri, che un altro mondo è possibile. Poi immaginavo le cariche, la polizia, i carabinieri coi caschi, i megafoni. Fantasie della paura. Baciai il mio gatto nero e mi chiusi la porta alle spalle. Sì, ora ricordo proprio tutto...

STANZA DELLE MERAVIGLIE

Fuori il sole contrasta il sottile velo di buio che inonda il caffè, di legno scuro.
L'intreccio di paglia delle sedie, intrise di tabacco, attende i volti di nuovi viaggiatori.
Tisane al cinnamomo, karkadè fresco e caffè Colombia, per cominciare.
E intorno un paradiso di libri scampati alla pioggia, raggi di luce pigri che si dissolvono all'intorno,
e piastrelle azzurre, quasi Lisbona decidesse per una volta di essere
bella in silenzio.

giovedì 24 maggio 2007

LIBERATO IL PETTINE!

Giardino Zen - Esterno giorno
La sabbia nel terrario, alberi bonsai di ciliegio intorno, giochi d'acqua.
Rastrelli abbandonati a decine sulla sabbia.
Arriva un pettine, è pieno di abrasioni, ha ancora i segni delle catene e della tortura. Macchie di sangue sul dorso.
Ha perso qualche dente, ma ha il corpo d'osso.
Si getta sulla sabbia, e scende in verticale, creando piccoli solchi e disegnando arabeschi, inseguito da un orribile armadio portaoggetti da bagno in formica.
La sabbia ora è irriconoscibile. Lo spirito Zen ha liberato il pettine, che non ha più sangue, ne' cicatrici.
Ora è libero, l'armadietto scompare disintegrandosi al sole.

martedì 8 maggio 2007

IL COMMISSARIO CHE VEDEVA I MORTI

Ogni scrittore ha un dono, e, insieme, una condanna: riesce così bene a dare vita ai suoi sogni, che piegato da tanta magia, finisce per inseguire creature invisibili. Per questo, perchè è prima di tutto un uomo che sogna, Maurizio de Giovanni riesce a consegnare il suo sguardo all'ignoto. Nell'istante in cui dà vita al suo Commissario Ricciardi, Maurizio smaterializza, sfalda la Napoli di oggi, per ripiombare, e noi con lui, nelle atmosfere della Napoli del Ventennio; un autore che vanta una straordinaria intimità con i materiali del Primo Novecento, tanto da sembrare medianicamente presente in quel 1931 di vicoli e strade di povertà e rigore, di colpevoli inermi e vittime consapevoli. La galleria umana de "Le Lacrime del Pagliaccio“, opera prima di de Giovanni, esplode sotto i nostri occhi, in coriandoli amarissimi di dolore e fame, gelosia e ambizione. Un affresco delle miserie della metropoli, nel quale si è colpiti dal violento contrasto tra il nitido degrado della borghesia e dalla sudicia fierezza della plebe; classi che si disputano il pane, l'amore, la sicurezza, nel sangue. Eppure, il romanzo di questo tenore geniale e odioso, trucidato nel suo camerino misteriosamente, nel mezzo della messinscena al Lirico San Carlo, tra tanti possibili testimoni, e troppi possibili colpevoli, è straordinariamente agile e ben fatto, alleggerito da tocchi di humour e da personaggi di contorno scolpiti come pastori del Seicento. Il risultato è che l'indagine sulla morte del tenore Vezzi, compiuta da un commissario - antieroe che ha la maledizione di rivedere l'ultimo istante di vita degli uccisi - diventa lo sfondo per una ricostruzione potente e accurata del 1931 a Napoli. Un anno del quale pur mancando le fonti documentali, de Giovanni ha saputo trasmettere gli odori, le angosce, i silenzi e il vento. Napoli appare così finalmente libera dal clichè visivo dei panni al sole e del mare, mostrandosi più che mai cupa e livida, visivamente più reale del vero. E se povertà e fame, gelosia e sesso, invidia e ambizione sembrano reggere Napoli e la diversa umanità che la abita, credibilissimi restano i gesti in vita e in morte dei personaggi, primo fra tutti il commissario che usa il dono oscuro di vedere i morti nei loro ultimi istanti per chiudere un'indagine. La scena del San Carlo, i personaggi che creano la rappresentazione, i sovrintendenti, il pubblico: ognuno sembra nascondere segreti, invidie, umiliazioni; ognuno potrebbe aver ucciso il più grande talento della lirica italiana, il tenore con la voce d'angelo e l'anima di un diavolo. Un'indagine voluta in tempi brevi addirittura da Roma, da quel duce capo del Fascismo che resta sempre sullo sfondo, invisibile e cupo presagio egli stesso. Ancora un volta metodicamente, scrutando gli sguardi dei vivi per placare l'urlo dei morti, Ricciardi risalirà il filo degli eventi, risalendo il ventre della città, frugando nei suoi cassetti, tra le sue lenzuola, fino ad arrivare alla verità.
Solo un anno fa Maurizio de Giovanni era un funzionario di banca che scriveva per passione personale. Dopo l'esperienza del laboratorio di scrittura comica "Achille Campanile" ha trovato la sua maturità espressiva, rivelata da concorsi letterari vinti in scioltezza. Di particolare rilevanza la vittoria nella sezione "brevi" del concorso che ha poi dato luogo a "Vedi Napoli e poi scrivi", antologia edita da Kairòs - Napoli, che è stata un piccolo caso editoriale a dicembre con la prima tiratura andata esaurita in poche settimane. Proprio grazie a un concorso per giallisti, "Tiro Rapido - 911 Minuti" organizzato fra gli altri, da L' Europeo e Porsche Italia, nacque in un caldo giorno di giugno del 2005 il commissario Ricciardi. Lo sguardo misterioso di una bambina appoggiata alla vetrata del Caffè Gambrinus fece germogliare il plot de "L'Omicidio Carosino", che superò le selezioni napoletane. Alla finale fiorentina c'eravamo anche noi, a bere con Maurizio quel cattivo caffè su Ponte Vecchio. Un caffè portafortuna, che poche ore dopo rivelò un talento di romanziere. La sera della premiazione de "I vivi e i morti", il più scettico sembrava proprio il premiato. Oggi, che Maurizio ha ceduto i suoi occhi profondi e inquieti al personaggio, ne "Le lacrime del pagliaccio" avvertiamo, sotto la patina nera del delitto, respiro e architettura di un piccolo grande romanzo storico. Le lacrime del pagliaccio assassinato al camerino del trucco, sono uno specchio sociale modernissimo, di una Napoli creduta persa e invece ancora esistente. In quella città che ha riaperto gli occhi sul suo passato, rivivono le nostre debolezze e tragedie di popolo. Maurizio de Giovanni avrà spazio nelle nostre librerie tra i classici del giallo, e si guadagnerà l'affetto dei lettori, così come il suo Commissario, segretamente innamorato di una donna semplice e timida come lui. Sommessamente, non potremo che desiderare di seguire i suoi incubi per molto tempo ancora.

ALBA SCARLATTA / HO RICUCITO / OLIMPIADI

Alba scarlatta

Alba scarlatta
un arbusto disvela
un gatto nero

Ho ricucito

Ho ricucito
la sua grisaglia nera
e fa mattina

Olimpiadi

Olimpiadi
senza televisione
ci rido sopra

sabato 21 aprile 2007

TI RIVEDRO' LUGANO

TI RIVEDRO', LUGANO (A Claudia C.)
Ivan Graziani diceva addio alla cittä, ma questi portici, e il lago nero, che riflette il cono di luce del monte Brè non possono essere lasciati facilmente alle spalle. Il lungolago di notte vive del silenzio di pietra e bronzo di rinoceronti, pavoni, cavalli rampanti. Sull'acqua piatta anche in piena notte i germani chiamano le compagne, che strisciano l'acqua seguite dagli anatroccoli, sempre un po' caotici. Le luci dei night club per ricchi, i palazzi fine secolo, i caffe' animati e il profumo degli asparagi. Se vedi un lago con un paradiso intorno, forse sei con me a Lugano.

mercoledì 18 aprile 2007

SPIRITO D'AFRICA

A PAOLO SPOTTI, SPIRITO IN FUGA DAL BANALE

Manto picchiettato di nero paglia bianco; il capo piccolo, aguzzo.
Il fuoristrada gli si affianca, e sposta il carico sulle scapole. Vira di destra, le zampe bruciano il terreno polveroso.
La jeep zebrata, e i fotografi a bordo, arrancano.
E' partito in fuga ora, a capo abbassato.
Segue solo se stesso, imprendibile, al teleobiettivo:
Stavolta è sfuggito, il ghepardo.

lunedì 2 aprile 2007

IL BINARIO MORTO DELLE VITE

Esiste un luogo delle cose perse, delle persone mai più viste. La scomparsa è solo in questa dimensione, la realtà veloce della nostra stazione. L'arrivo nel grande ventre metallico di Milano è per ogni Interregionale, Intercity o Eurostar un lento incasellarsi nel binario giusto, prima che lo sciame attivo delle vite vive si riversi in testa ai binari e via, a cascata sulle scale mobili e nell'imbuto della metro. Ma se scostiamo lo sguardo lateralmente, prima di Milano Centrale, tra ciuffi d'erba e ruggine, ci sono i treni in riparazione, e quelli in attesa di preparazione. Ed è solo più in là che affiorano i rottami, ancora densi di piombo di vagoni e locomotive che non avranno più movimento. A tutti gli effetti morti, ma visibili. Nascosti agli occhi, ma non alla pioggia. In quella rotta strana dove esistono ancora i parenti volati via, le storie franate, le ipotesi di futuro ferme sul bilancino rotto. Fuori dal tempo, perchè il tempo lo hanno già divorato tutto. Gli resta lo spazio, tra ricordi e binari. Lo spazio a margine.
Gianluca Iovine

domenica 4 marzo 2007

MATTINA (2004)

Quando la pioggia inizia a colpire il parabrezza, e i tergicristalli ballano freneticamente davanti ai miei occhi, ecco, quello è il momento buono per viaggiare. Un ingorgo al Casello di Melegnano in una giornata anonima come questa può durare anche delle ore, e allora io cosa faccio..?! Beh, chiudo gli occhi e viaggio, appunto. Mi vedo volare via dal tetto di lamiera, e superare la mia auto ferma, le altre auto a Melegnano, attraversare in un lampo la Lombardia e l'Italia.... Sempre in volo, forte e rapido come il pensiero, sono deciso ad atterrare a Montego Bay, all'aeroporto, in mezzo a quella gente con il sorriso sempre in faccia.Varcata la dogana sono ancora in Giamaica, in mezzo al rumore e al fumo, tra i colori e le strade bruciate dalla polvere, gli incidenti sfiorati a ogni curva, e la musica, la musica, dentro le ossa. Anche di chi non la vorrebbe sentire, che la odia perfino, come quel vecchio americano seduto di lato nel pulmino, che impreca e si terge il sudore, mentre Jimmy guida nella notte verso Negril, accompagnato dai Wailers e Bobby Marley. Buffalo Soldier! L'arrivo alla Runaway Bay, turchese e scura per via della notte, è uno sguardo alle bottiglie ambrate di rhum e agli ananas tagliati sul tavolo. Poi i clacson di Melegnano, e una Fiat Punto rossa che mi passa davanti insultandomi. Ma almeno la pioggia non batte più.

Arcadja Fjodorova

"Arcadja Fjodorova"
Nel freddo si accostava con grazia il cappotto al collo, e sfidava il vento delle strade buie di Mosca. Era fragile e nervosa nel fisico, una giovane donna tutta occhi. Anche quando il gelo le invischiava lacrime tra le ciglia, mai smetteva quel suo sorriso. E dopo tanti anni, la rividi su prospettiva Nevskji, che si stringeva arrogante al suo colonnello Fjodorov. Collo di volpe, occhi sfuggenti, e un pendente di zaffiri. Aveva tutto, ma aveva perso quel suo sorriso.