Incominciò così: Poche righe scritte immaginando piccoli mondi altri.
Poi non ricordo più. Una nube di polvere e sangue.
Voci, strepiti, urla, e infine un sonno simile alla morte.
Intanto, tra le rovine ci si agitava, increduli che fosse successo l'imprevedibile.
Ma l'Isola riusci a piegare la calamità, anche se tante palme erano state sradicate e distese tra il mare e la sabbia, insieme al loro carico di frutti.
Carapaci di crostacei e conchiglie senza più i loro abitanti, e sassi, e resti di animali.
Quei giorni su Scripta regnava solo il silenzio.
Poi venne la nuova alba, e il sapore amaro del sonno (o del sogno) svanì.
martedì 7 agosto 2007
TAIFUN
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martedì 17 luglio 2007
Un cv particolare
Viene scambiato per qualcun altro.
”Prego, si segga. Prende un caffè?” Michele non riusciva a spiegarsi tutta quella gentilezza. “La nostra azienda cerca giusto un profilo come il suo! Sono sicuro che è inutile metterla alla prova. Per il nostro ufficio legale è quello che ci voleva! Michele stentava a credere che una laurea presa fuoricorso a Messina, e qualche rara presenza in Tribunale potessero dargli quel posto d’oro. Eppure dall’altra parte della scrivania quel tipo sudato, in giacca, continuava a sfoderare sorrisi, a trattarlo come uno di famiglia. Alle pareti, fotografie di campagne pubblicitarie famose, e dalla finestra, la più meravigliosa veduta di Roma che avesse mai visto. Il dottor Redaelli accompagnò Michele nel suo nuovo studio. Ad attenderlo una splendida segretaria mora con gli occhi blu. Tutti intorno, a mostrare deferenza per quel giovane con la barba, e un completo stropicciato. Michele si sentiva al centro di un film. Poi fu l’ultima frase di Redaelli a spiegargli tutto. Vede, la Finanza ci ha tenuti d’occhio per un po’. Ma ora con lei… Michele non capiva proprio dove quello voleva andare a parare. “Lei, continuava, saprà certo indirizzare i bilanci dove devono….uh…andare, mi capisce?” Sì, Michele capiva. Cercavano un uomo di paglia. E poi con quel cognome…. Soprattutto ora che suo padre… Beh, glielo confesso, mi è sempre dispiaciuto per il suo povero padre…per me Totò Riina è il più grande errore giudiziario di questo paese!
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In fuga nel sole
Ragazzina rapisce la nonna che i parenti vogliono portare in ospizio.
“Ma tu non hai la patente!” “Beh, ma non è mica un problema, questo! Mi aiuti tu!” Concetta detta Titty e nonna Rosaria hanno cinquant’anni di differenza. Diciassette lei, Sessantasette l’altra. La vecchia Seicento blu di Don Carmine, pace all’anima sua, morto trent’anni prima sotto una botte nella sua cantina alla Vucciria, scalpitava come un cavallo. Un cavallo con la tosse, lanciata lungo il ventre di Palermo, verso Mondello. “Dove mi porti? Luisa a quest’ora avrà chiamato tutti, forse anche la Polizia!” “È per questo che dobbiamo fare in fretta, nonna! – disse Titty - correndo verso Capaci. Se la cavava bene, e la vecchia cercava come poteva di darle consigli per raddrizzare l’andatura, evitare di falciare qualche contadino a bordo strada, tenersi in carreggiata. Faceva caldo. Decisero di fermarsi giusto per andare in bagno e mangiare un panino. Era divertente Rosaria quando beveva la Coca Cola e le finiva nel naso. Concetta aveva giurato che la nonna in ospizio non ce l’avrebbero portato. Tutti dicevano che era arteriosclerotica, e un po’ era vero. Dimenticava le cose, se le faceva ripetere mille volte, ma una vecchia professoressa andava rispettata. “Nonna, raccontami ancora dei Vespri Siciliani, di Portella, anzi no, parlami dei D’Angiò, di Dalla Chiesa, di Cielo d’Alcamo, del Barocco…” E la nonna raccontava, quella lunga favola a modo suo, come se parlasse di Rinaldo e Angelica, forse perché suo nonno era pupàro. Intanto erano già arrivate a Messina, davanti al traghetto per il Continente. Concetta stava facendo i biglietti. Rosaria ansimava, sudava freddo, forse lo stress del viaggio. Sedette sotto un alberello all’imbarco. “Concè, io non ce la faccio! Così doveva andare. Senti, se vengono tuo padre e tua madre e mi vogliono portare all’ospizio, è segno che così doveva andare. Però se dovessi morire adesso, diglielo che anche ai vecchi piace scappare” E morì.
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Hacked by love
Un hacker vuol fare colpo su una ragazzina. Ma non è il solo a conoscere certi trucchi.
Giacomo detto Rabid Dog sta prenotando un volo su Alitalia da un vecchio magazzino. Il suo pc è connesso. Intorno ci sono server, vecchi pc e schede digitali. L’interfaccia del sito è strana, porta l’operativo voli interno. Giacomo, occhiali neri, felpa e pantaloni lunghi, vent’anni e neanche un po’ di paura, si prenota un Milano – New York. Alla festa del centro sociale sta parlando e fumando con un gruppo di amici. Stanno suonando per il T28, per non far costruire un parcheggio a Viale Monza. Di sera, di nuovo al magazzino, Giacomo forza un altro portale. Compra le sue serie preferite in dvd, almeno 150 euro di roba. Spesa operaia, pensa. Una mattina vede fuori un locale di aperitivi una cameriera peruviana. È alta, selvaggia, con la faccia india. Decide di sedersi e ordinare una birra. Gli fa un po’ schifo stare in mezzo a tutti quei fighetti. Lui è diverso. Ha un quaderno, annota codici sorgenti mentre la ragazza gli porta la birra. Si sorridono. Lui ha del tabacco sul tavolo, lei lo nota. Quando torna per il conto, lui le fa trovare una sigaretta e su le dieci cifre del numero di cellulare. Al Centro sociale, i ragazzi decidono di attaccare il portale di un Ministero, e trovare certi elenchi che metterebbero nei guai più di un politico. Arriva Giacomo, stavolta è con Estrella. Le mostra al monitor quello che sa fare meglio: forza un paio di caselle postali e legge la posta di un attore e di un giornalista, entra nel pc di un ignaro utente, ed entra su Trenitalia, dove prenota due biglietti per Parigi. L’indomani, le dice, vedrai. La ragazza sembra sconvolta. Non pensava si potesse fare tanto con un pc. L’indomani si vedono per un gelato. Si baciano, sembra una storia come altre. Al magazzino, dopo un concerto, Giacomo la bacia. Poi entrano nel sito del Ministero della Difesa Americano. “Fa provare me”, gli dice la ragazza peruviana. E la lezione sembra l’abbia imparata. Naviga tra i codici di accesso, e trova documenti riservati. Poi spegne. “Smettila con questa roba, Giacomo” Nella mano ha il distintivo 0175. Polizia Postale, Martinez, Luisa Maria.
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Come Teodora
TRACCIA UNO Una donna scopre il marito con l’amante. Ha poi un incidente d’auto. Batte la testa, perde conoscenza. Al risveglio…
Mara sembra felice. Anche se non ha avuto figli, la sua vita con Alberto è felice. È uno di quei rari casi di coppia dello spettacolo che funziona. Eppure, un giorno, comprando il giornale vede l’edicolante guardarla in modo strano. Abbassa lo sguardo, e su un giornale scandalistico, trova Alberto, il suo Alberto fotografato con una velina. Decide di fargliela pagare. Prende la Cinquecento nuova fiammante, e corre verso Cinecittà, dove Alberto sta girando una fiction per la Rai. Un cane le attraversa la strada. Per evitarlo, vola con l’auto contro l’albero. Tra le lamiere contorte, il corpo di Mara è esanime. Accorrono persone. Si sentono le sirene di un’ambulanza. NERO.
Mara è in un castello. Ha quattro uomini intorno a sé, a quattrozampe, cui tira della carne cruda. Ha il corpo seminudo, lucente, inguainato di nero, e due canini che affonda nel collo di un bruno alto, che le sta avvinghiato ai seni. NERO
Mara è in una discoteca. La musica è altissima, vibrante. Raggi laser rossi e azzurri le si posano sul corpo nudo. Sotto, una folla vociante di uomini, che cercano di toccarla. NERO
Mara è in carcere. La secondina le sta ordinando di spogliarsi, premendole con forza il manganello sul corpo, dopo averla ammanettata. Altre due detenute la tengono. NERO
Mara ha appena segnato la rete della vittoria. Ha la maglia della Nazionale. Nello spogliatoio, un’avversaria con la maglia del Brasile l’aspetta e poi la trascina sotto la doccia NERO
Intorno dei volti familiari, immagini che appaiono poco a poco. Sempre più vivide. Alberto le parla: Amore, apri gli occhi, senza… di te non…non.. ce la faccio!” Mara li riapre. Sentiamo i suoi pensieri: tu ti sei divertito. Ora tocca a me! E riprende a sognare. NERO
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sabato 30 giugno 2007
All'Accademia
Ne sentimmo la vampa di fuoco, il crepitare del vetro dissolto.
Qualcuno aveva chiamato l'arte alla lotta e deciso che c'era arte di regime e arte di contestazione.
E intanto bruciavano le tele, e annerivano i muri.
E io, che non leggevo Marx e che Schmitt non l'avevo mai amato, mi ci trovavo indiscutibilmente in mezzo.
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IL MATRIMONIO MULAZZANI
I paggetti e le damigelle si inseguivano per le gradinate del Duomo d'Amalfi.
I genitori dello sposo che si sposava in uniforme erano emozionati e sudati: in celeste e con il cranio rasato Alberto, ex pilota militare, e con un abito blu a fiori sua moglie Gisa, una bella signora lombarda.
I coniugi Raia stringevano la mano di Loredana, radiosa nel macramè bianco latte. Lei teneva la mano di Enrico, che alla destra portava la sciabola da cadetto.
I signori Raia erano persone umili, io mi augurai solo che la foto che avevo davanti agli occhi non si avverasse tanto presto. Sperai che il destino di quel pilota in missione di pace in una terra lontana non spezzasse quei sorrisi.
Ma ora c'era da pensare al presente. E a un fotografo che vede il futuro nessuno dà credito.
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A SANTA MARTA
A SANTA MARTA
Rumore, rumore. Santa Marta non era mai stata come in quel 1977, e forse non lo sarebbe stata più.
Le contorsioni di parole e suoni di Demetrio e degli Area facevano imbestialire Giuan, ma il portiere del palazzo di fronte, in fondo non li aveva mai amati, quei ragazzi con la barba e le bandiere di Cuba.
Habibi Habibi, cantava Demetrio e Giuan bestemmiava a ogni attacco della chitarra elettrica.
Era un minuetto macabro, era il progressive.
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martedì 19 giugno 2007
UN FIORELLINO AZZURRO
Un fiorellino azzurro in un prato non fa poesia.
Il poeta distratto preferisce fumare, e scartarlo.
E non s'accorge che la cenere spegne quei colori.
Troppo tardi, ha arso ciò che era sotto gli occhi.
Ora dovrà inventare di aver visto qualcosa.
Lui che l'ha spazzata via nel silenzio.
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LE CORNA
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sabato 16 giugno 2007
UNA SEMPLICE TAZZA DI TE' LONDINESE
Henrietta e Wilfred Young si sposarono nel 1850, lei aveva vent'anni. Era la terza figlia di Marcus Classen e Therese Kufstein Riedock.
Le sorelle maggiori, le gemelle Arabella e Margarethe piansero molto la perdita di una sorella cui erano molto unite, andata sposa a un ricco e arrogante inglese.
Wilfred impalmò la sua Henrietta in una seminascosta chiesa della capitale, ma non fu un matrimonio felice. I pettegolezzi all'ora del tè spesso coprivano l'atmosfera di una casa vuota, che Sir Wilfred, pur quarantenne, abbandonava di frequente per quelle che fingeva fossero cacce alla volpe.
Una mattina fu trovato agonizzante per un colpo di fucile da caccia, e arrestarono Lorrraine Coen Salmon, un' inquieta donna del Kent di famiglia ebrea, con cui Wilfred sembrava smaltire le ansie del matrimonio.
Gli Young ebbero un solo gfiglio, John Luke, nel 1871.
Questi, prima di morire nel 1903 per un attacco di cuore, fece in tempo a mettere al mondo Conrad (1896), Humphrey (1898) e Barbara Ann (1900).
Conrad morì giovanissimo annegato nel Thames a soli 10 anni, mentre Humphrey, forse il più noto della famiglia, fu attore di teatro, spegnendosi di vecchiaia nel 1980 nella sua villetta d campagna a Beccles.
I figli, Anthony (1918) e Patricia (1924), viventi, abitano vicini, in due ricche case della Cornobvaglia, aspettando che gli eredi gli portino via le ricchezze accumulate in oltre 100 anni di storia familiare.
Barbara Ann morì serenamente nel 2000, dopo una vita centenaria, spesa, tra le altre cose, a curare, almeno fino al 1979, l'immagine del Celerey Tea nel mondo.
Morta nella sua poltrona, con uno strano ,soddisfatto sorriso, la vecchia Barbara Ann Young ancora stringeva un cookie ricoperto al cioccolato bianco e una tazza di costosa porcellana, profumata di tè qualità Darjelling.
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giovedì 14 giugno 2007
Data Astrale 2578. Arrivo a Neurona
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mercoledì 13 giugno 2007
WORM HOTEL
"Bene, dovrei avere spazio in uno scatolino di cerini. Ecco la chiave."
Berosdeo e Cramella strisciarono fino a quel sogno di stanza.
Polvere di zolfo dappertutto, piccole schegge rosse come rose degli innamorati, e succulente macchie di grasso.
Strisciarono insieme fino a un piazzale di colla asciutta.
Lui la prese e senza molta timidezza, le si avvinghiò.
Certo, per due vermi poveri come loro non era grande e profumata come una mela o lucente e morbida come una bistecca, ma era la felicità.
Il paradiso, per due vermi semplici.
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martedì 29 maggio 2007
STARSENE A CASA
Starsene a casa
Aggiornamento. Da agosto non lavoro. Ti promettono un posto di project manager in un
tour operator, e dopo un mese di lavoro nero, in straordinario da venditore di vacanze, torni
a casa. Ecco, io vorrei, caro Beppe, che venisse fuori una cosa. Starsene a casa se si vuole
lavorare porta una sola cosa: depressione. Ti senti inutile, scaricato, ti senti in colpa se esci il
sabato, perché sai che per te è purtroppo vacanza tutti i giorni. Ti consumi gli occhi davanti
al pc, tra le offerte di lavoro e le mille alternative per distrarti. La qualità del sonno peggiora,
le amicizie si deteriorano, il senso dell’umorismo sfuma, e ti fai domande. Ti chiedi cosa sarà
di te quando i tuoi non ci saranno più. Ti domandi come si può vivere di mance a 34 anni e
mezzo dopo una Laurea e un Master, ti inventi delle attività. Così fai editing, inauguri siti web, fai fotografia d’arte, scrivi racconti e discorsi politici, dai consigli di marketing e scendi in Camera di Commercio per fondare un’impresa. Pensi alle speranze dei primi anni, ai punti di svolta, a quelle volte che hai rifiutato un lavoro o quando ne hai accettato un altro. In questo quadro vivere con la tua donna, progettare un futuro, diventa secondario. Hai paura di mettere in circolo le tue infelicità e distribuirle a un figlio che non c’entra nulla. Vorrei che chi difende la precarizzazione istituzionalizzata del lavoro riflettesse sugli abusi e sui danni, anche psicologici. Quanti episodi di cronaca oggi hanno alla base la disperazione da lavoro! Quanti distretti hanno avuto uno sviluppo vertiginoso delle attività criminose, subito dopo la chiusura di stabilimenti produttivi? Vivo a Napoli, ma a Torino, Milano, Trieste non è diverso...
G. I. 08.03.2006 21:50
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SPAGHETTO ETNICO DI TONNO
Gusti: Spaghetto etnico di tonno domenica 8 gennaio 2006 di Gianluca Iovine
Soli in casa, pomodoro a pezzi, tonno e poco più. Mi ricordo di Torino. Quando si è soli a Torino, si può andare al cinema, farsi fare i tarocchi o cucinare. Io a volte cucinavo.
Una bella pentola capace, la riempi di acqua tiepida fino al manico, e ci metti dentro un pugnetto di sale da cucina. la metti a fiamma bassa e aspetti che il sale evapori tra le bollicine. Intanto sull'altro fuoco hai una padella appena unta di olio. Ci vuoti dentro una scatola grossa di tonno già senza più olio, dei bei capperi senza molto sale, qualche oliva nera già mondata, e pizzichi di rosmarino, origano e cipolla tritata. Con un cucchiaio di legno soffriggi tutto. Poi, all'improvviso, anneghi tutto con dei bei pomodorini a pezzetti, presi da una scatola, e filtrati. Lavori il tutto, arricchendo con altra cipolla tritata e altri pizzichi di rosmarino. Una volta che tutto sembra pronto, ci va giù un po' di sherry vecchio. Spegni la fiamma appena lo sherry si incorpora, e prendi gli spaghetti. Bastano 100 grammi a testa. Li spezzi, e li metti nell'acqua bollente della pentola. Li scoli al dente, e poi li lavori da cotti in padella, saltandoli nella salsa di pesce e spezie. Un ultimo goccio di sherry e un pizzichino di pepe nero. Credo che ti piaceranno. Dolce, salato, forte, speziato... Per un po' i problemi aspetteranno !
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I FRAMMENTI
Tratto da: http://www.diamocideltu.net/blog/romance1.php3
Alice inizia a ricordare. Le immagini prima di lasciare casa, le paure, le premonizioni. Ma vuole, deve partire. Il sacco a pelo, le birre, le cartine. Il libro di Faber. Avevo sottolineato in rosso tutta Via del Campo. Le immagini si facevano sempre più nitide. Ricordo che al tg volevano farci paura. Solita logica dell'aggressione. Dicevano di non venirci proprio, a Genova. Era diventata tutta loro, chiusa, e noi saremmo stati nel pollaio fuori la Zona Rossa. Io più sentivo quello del tg che diceva questo e sorrideva, più stringevo i pugni. Lasciai pure le birre e le cartine. Volevo andarci io, sola e ribelle. Volevo andarci per vedere, perchè non mi raccontassero loro quello che volevano. Volevo sentire le cose, fiutarle, come un animale. E volevo urlare, urlare con gli altri disperati o magari meno disperati di altri, che un altro mondo è possibile. Poi immaginavo le cariche, la polizia, i carabinieri coi caschi, i megafoni. Fantasie della paura. Baciai il mio gatto nero e mi chiusi la porta alle spalle. Sì, ora ricordo proprio tutto...
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STANZA DELLE MERAVIGLIE
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giovedì 24 maggio 2007
LIBERATO IL PETTINE!
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martedì 8 maggio 2007
IL COMMISSARIO CHE VEDEVA I MORTI
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ALBA SCARLATTA / HO RICUCITO / OLIMPIADI
Alba scarlatta
Alba scarlatta
un arbusto disvela
un gatto nero
Ho ricucito
Ho ricucito
la sua grisaglia nera
e fa mattina
Olimpiadi
Olimpiadi
senza televisione
ci rido sopra
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sabato 21 aprile 2007
TI RIVEDRO' LUGANO
TI RIVEDRO', LUGANO (A Claudia C.)
Ivan Graziani diceva addio alla cittä, ma questi portici, e il lago nero, che riflette il cono di luce del monte Brè non possono essere lasciati facilmente alle spalle. Il lungolago di notte vive del silenzio di pietra e bronzo di rinoceronti, pavoni, cavalli rampanti. Sull'acqua piatta anche in piena notte i germani chiamano le compagne, che strisciano l'acqua seguite dagli anatroccoli, sempre un po' caotici. Le luci dei night club per ricchi, i palazzi fine secolo, i caffe' animati e il profumo degli asparagi. Se vedi un lago con un paradiso intorno, forse sei con me a Lugano.
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mercoledì 18 aprile 2007
SPIRITO D'AFRICA
Manto picchiettato di nero paglia bianco; il capo piccolo, aguzzo.
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lunedì 2 aprile 2007
IL BINARIO MORTO DELLE VITE
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domenica 4 marzo 2007
MATTINA (2004)
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Arcadja Fjodorova
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