martedì 29 maggio 2007

STARSENE A CASA

BEPPE GRILLO & A.A.V.V. - GLI SCHIAVI MODERNI
Starsene a casa
Aggiornamento. Da agosto non lavoro. Ti promettono un posto di project manager in un
tour operator, e dopo un mese di lavoro nero, in straordinario da venditore di vacanze, torni
a casa. Ecco, io vorrei, caro Beppe, che venisse fuori una cosa. Starsene a casa se si vuole
lavorare porta una sola cosa: depressione. Ti senti inutile, scaricato, ti senti in colpa se esci il
sabato, perché sai che per te è purtroppo vacanza tutti i giorni. Ti consumi gli occhi davanti
al pc, tra le offerte di lavoro e le mille alternative per distrarti. La qualità del sonno peggiora,
le amicizie si deteriorano, il senso dell’umorismo sfuma, e ti fai domande. Ti chiedi cosa sarà
di te quando i tuoi non ci saranno più. Ti domandi come si può vivere di mance a 34 anni e
mezzo dopo una Laurea e un Master, ti inventi delle attività. Così fai editing, inauguri siti web, fai fotografia d’arte, scrivi racconti e discorsi politici, dai consigli di marketing e scendi in Camera di Commercio per fondare un’impresa. Pensi alle speranze dei primi anni, ai punti di svolta, a quelle volte che hai rifiutato un lavoro o quando ne hai accettato un altro. In questo quadro vivere con la tua donna, progettare un futuro, diventa secondario. Hai paura di mettere in circolo le tue infelicità e distribuirle a un figlio che non c’entra nulla. Vorrei che chi difende la precarizzazione istituzionalizzata del lavoro riflettesse sugli abusi e sui danni, anche psicologici. Quanti episodi di cronaca oggi hanno alla base la disperazione da lavoro! Quanti distretti hanno avuto uno sviluppo vertiginoso delle attività criminose, subito dopo la chiusura di stabilimenti produttivi? Vivo a Napoli, ma a Torino, Milano, Trieste non è diverso...

G. I. 08.03.2006 21:50

SPAGHETTO ETNICO DI TONNO

Gusti: Spaghetto etnico di tonno domenica 8 gennaio 2006 di Gianluca Iovine


Soli in casa, pomodoro a pezzi, tonno e poco più. Mi ricordo di Torino. Quando si è soli a Torino, si può andare al cinema, farsi fare i tarocchi o cucinare. Io a volte cucinavo.
Una bella pentola capace, la riempi di acqua tiepida fino al manico, e ci metti dentro un pugnetto di sale da cucina. la metti a fiamma bassa e aspetti che il sale evapori tra le bollicine. Intanto sull'altro fuoco hai una padella appena unta di olio. Ci vuoti dentro una scatola grossa di tonno già senza più olio, dei bei capperi senza molto sale, qualche oliva nera già mondata, e pizzichi di rosmarino, origano e cipolla tritata. Con un cucchiaio di legno soffriggi tutto. Poi, all'improvviso, anneghi tutto con dei bei pomodorini a pezzetti, presi da una scatola, e filtrati. Lavori il tutto, arricchendo con altra cipolla tritata e altri pizzichi di rosmarino. Una volta che tutto sembra pronto, ci va giù un po' di sherry vecchio. Spegni la fiamma appena lo sherry si incorpora, e prendi gli spaghetti. Bastano 100 grammi a testa. Li spezzi, e li metti nell'acqua bollente della pentola. Li scoli al dente, e poi li lavori da cotti in padella, saltandoli nella salsa di pesce e spezie. Un ultimo goccio di sherry e un pizzichino di pepe nero. Credo che ti piaceranno. Dolce, salato, forte, speziato... Per un po' i problemi aspetteranno !

I FRAMMENTI

Tratto da: http://www.diamocideltu.net/blog/romance1.php3

Romanzone#16"I Frammenti"domenica 8 gennaio 2006 di Gianluca Iovine
Alice inizia a ricordare. Le immagini prima di lasciare casa, le paure, le premonizioni. Ma vuole, deve partire. Il sacco a pelo, le birre, le cartine. Il libro di Faber. Avevo sottolineato in rosso tutta Via del Campo. Le immagini si facevano sempre più nitide. Ricordo che al tg volevano farci paura. Solita logica dell'aggressione. Dicevano di non venirci proprio, a Genova. Era diventata tutta loro, chiusa, e noi saremmo stati nel pollaio fuori la Zona Rossa. Io più sentivo quello del tg che diceva questo e sorrideva, più stringevo i pugni. Lasciai pure le birre e le cartine. Volevo andarci io, sola e ribelle. Volevo andarci per vedere, perchè non mi raccontassero loro quello che volevano. Volevo sentire le cose, fiutarle, come un animale. E volevo urlare, urlare con gli altri disperati o magari meno disperati di altri, che un altro mondo è possibile. Poi immaginavo le cariche, la polizia, i carabinieri coi caschi, i megafoni. Fantasie della paura. Baciai il mio gatto nero e mi chiusi la porta alle spalle. Sì, ora ricordo proprio tutto...

STANZA DELLE MERAVIGLIE

Fuori il sole contrasta il sottile velo di buio che inonda il caffè, di legno scuro.
L'intreccio di paglia delle sedie, intrise di tabacco, attende i volti di nuovi viaggiatori.
Tisane al cinnamomo, karkadè fresco e caffè Colombia, per cominciare.
E intorno un paradiso di libri scampati alla pioggia, raggi di luce pigri che si dissolvono all'intorno,
e piastrelle azzurre, quasi Lisbona decidesse per una volta di essere
bella in silenzio.

giovedì 24 maggio 2007

LIBERATO IL PETTINE!

Giardino Zen - Esterno giorno
La sabbia nel terrario, alberi bonsai di ciliegio intorno, giochi d'acqua.
Rastrelli abbandonati a decine sulla sabbia.
Arriva un pettine, è pieno di abrasioni, ha ancora i segni delle catene e della tortura. Macchie di sangue sul dorso.
Ha perso qualche dente, ma ha il corpo d'osso.
Si getta sulla sabbia, e scende in verticale, creando piccoli solchi e disegnando arabeschi, inseguito da un orribile armadio portaoggetti da bagno in formica.
La sabbia ora è irriconoscibile. Lo spirito Zen ha liberato il pettine, che non ha più sangue, ne' cicatrici.
Ora è libero, l'armadietto scompare disintegrandosi al sole.

martedì 8 maggio 2007

IL COMMISSARIO CHE VEDEVA I MORTI

Ogni scrittore ha un dono, e, insieme, una condanna: riesce così bene a dare vita ai suoi sogni, che piegato da tanta magia, finisce per inseguire creature invisibili. Per questo, perchè è prima di tutto un uomo che sogna, Maurizio de Giovanni riesce a consegnare il suo sguardo all'ignoto. Nell'istante in cui dà vita al suo Commissario Ricciardi, Maurizio smaterializza, sfalda la Napoli di oggi, per ripiombare, e noi con lui, nelle atmosfere della Napoli del Ventennio; un autore che vanta una straordinaria intimità con i materiali del Primo Novecento, tanto da sembrare medianicamente presente in quel 1931 di vicoli e strade di povertà e rigore, di colpevoli inermi e vittime consapevoli. La galleria umana de "Le Lacrime del Pagliaccio“, opera prima di de Giovanni, esplode sotto i nostri occhi, in coriandoli amarissimi di dolore e fame, gelosia e ambizione. Un affresco delle miserie della metropoli, nel quale si è colpiti dal violento contrasto tra il nitido degrado della borghesia e dalla sudicia fierezza della plebe; classi che si disputano il pane, l'amore, la sicurezza, nel sangue. Eppure, il romanzo di questo tenore geniale e odioso, trucidato nel suo camerino misteriosamente, nel mezzo della messinscena al Lirico San Carlo, tra tanti possibili testimoni, e troppi possibili colpevoli, è straordinariamente agile e ben fatto, alleggerito da tocchi di humour e da personaggi di contorno scolpiti come pastori del Seicento. Il risultato è che l'indagine sulla morte del tenore Vezzi, compiuta da un commissario - antieroe che ha la maledizione di rivedere l'ultimo istante di vita degli uccisi - diventa lo sfondo per una ricostruzione potente e accurata del 1931 a Napoli. Un anno del quale pur mancando le fonti documentali, de Giovanni ha saputo trasmettere gli odori, le angosce, i silenzi e il vento. Napoli appare così finalmente libera dal clichè visivo dei panni al sole e del mare, mostrandosi più che mai cupa e livida, visivamente più reale del vero. E se povertà e fame, gelosia e sesso, invidia e ambizione sembrano reggere Napoli e la diversa umanità che la abita, credibilissimi restano i gesti in vita e in morte dei personaggi, primo fra tutti il commissario che usa il dono oscuro di vedere i morti nei loro ultimi istanti per chiudere un'indagine. La scena del San Carlo, i personaggi che creano la rappresentazione, i sovrintendenti, il pubblico: ognuno sembra nascondere segreti, invidie, umiliazioni; ognuno potrebbe aver ucciso il più grande talento della lirica italiana, il tenore con la voce d'angelo e l'anima di un diavolo. Un'indagine voluta in tempi brevi addirittura da Roma, da quel duce capo del Fascismo che resta sempre sullo sfondo, invisibile e cupo presagio egli stesso. Ancora un volta metodicamente, scrutando gli sguardi dei vivi per placare l'urlo dei morti, Ricciardi risalirà il filo degli eventi, risalendo il ventre della città, frugando nei suoi cassetti, tra le sue lenzuola, fino ad arrivare alla verità.
Solo un anno fa Maurizio de Giovanni era un funzionario di banca che scriveva per passione personale. Dopo l'esperienza del laboratorio di scrittura comica "Achille Campanile" ha trovato la sua maturità espressiva, rivelata da concorsi letterari vinti in scioltezza. Di particolare rilevanza la vittoria nella sezione "brevi" del concorso che ha poi dato luogo a "Vedi Napoli e poi scrivi", antologia edita da Kairòs - Napoli, che è stata un piccolo caso editoriale a dicembre con la prima tiratura andata esaurita in poche settimane. Proprio grazie a un concorso per giallisti, "Tiro Rapido - 911 Minuti" organizzato fra gli altri, da L' Europeo e Porsche Italia, nacque in un caldo giorno di giugno del 2005 il commissario Ricciardi. Lo sguardo misterioso di una bambina appoggiata alla vetrata del Caffè Gambrinus fece germogliare il plot de "L'Omicidio Carosino", che superò le selezioni napoletane. Alla finale fiorentina c'eravamo anche noi, a bere con Maurizio quel cattivo caffè su Ponte Vecchio. Un caffè portafortuna, che poche ore dopo rivelò un talento di romanziere. La sera della premiazione de "I vivi e i morti", il più scettico sembrava proprio il premiato. Oggi, che Maurizio ha ceduto i suoi occhi profondi e inquieti al personaggio, ne "Le lacrime del pagliaccio" avvertiamo, sotto la patina nera del delitto, respiro e architettura di un piccolo grande romanzo storico. Le lacrime del pagliaccio assassinato al camerino del trucco, sono uno specchio sociale modernissimo, di una Napoli creduta persa e invece ancora esistente. In quella città che ha riaperto gli occhi sul suo passato, rivivono le nostre debolezze e tragedie di popolo. Maurizio de Giovanni avrà spazio nelle nostre librerie tra i classici del giallo, e si guadagnerà l'affetto dei lettori, così come il suo Commissario, segretamente innamorato di una donna semplice e timida come lui. Sommessamente, non potremo che desiderare di seguire i suoi incubi per molto tempo ancora.

ALBA SCARLATTA / HO RICUCITO / OLIMPIADI

Alba scarlatta

Alba scarlatta
un arbusto disvela
un gatto nero

Ho ricucito

Ho ricucito
la sua grisaglia nera
e fa mattina

Olimpiadi

Olimpiadi
senza televisione
ci rido sopra

sabato 21 aprile 2007

TI RIVEDRO' LUGANO

TI RIVEDRO', LUGANO (A Claudia C.)
Ivan Graziani diceva addio alla cittä, ma questi portici, e il lago nero, che riflette il cono di luce del monte Brè non possono essere lasciati facilmente alle spalle. Il lungolago di notte vive del silenzio di pietra e bronzo di rinoceronti, pavoni, cavalli rampanti. Sull'acqua piatta anche in piena notte i germani chiamano le compagne, che strisciano l'acqua seguite dagli anatroccoli, sempre un po' caotici. Le luci dei night club per ricchi, i palazzi fine secolo, i caffe' animati e il profumo degli asparagi. Se vedi un lago con un paradiso intorno, forse sei con me a Lugano.

mercoledì 18 aprile 2007

SPIRITO D'AFRICA

A PAOLO SPOTTI, SPIRITO IN FUGA DAL BANALE

Manto picchiettato di nero paglia bianco; il capo piccolo, aguzzo.
Il fuoristrada gli si affianca, e sposta il carico sulle scapole. Vira di destra, le zampe bruciano il terreno polveroso.
La jeep zebrata, e i fotografi a bordo, arrancano.
E' partito in fuga ora, a capo abbassato.
Segue solo se stesso, imprendibile, al teleobiettivo:
Stavolta è sfuggito, il ghepardo.

lunedì 2 aprile 2007

IL BINARIO MORTO DELLE VITE

Esiste un luogo delle cose perse, delle persone mai più viste. La scomparsa è solo in questa dimensione, la realtà veloce della nostra stazione. L'arrivo nel grande ventre metallico di Milano è per ogni Interregionale, Intercity o Eurostar un lento incasellarsi nel binario giusto, prima che lo sciame attivo delle vite vive si riversi in testa ai binari e via, a cascata sulle scale mobili e nell'imbuto della metro. Ma se scostiamo lo sguardo lateralmente, prima di Milano Centrale, tra ciuffi d'erba e ruggine, ci sono i treni in riparazione, e quelli in attesa di preparazione. Ed è solo più in là che affiorano i rottami, ancora densi di piombo di vagoni e locomotive che non avranno più movimento. A tutti gli effetti morti, ma visibili. Nascosti agli occhi, ma non alla pioggia. In quella rotta strana dove esistono ancora i parenti volati via, le storie franate, le ipotesi di futuro ferme sul bilancino rotto. Fuori dal tempo, perchè il tempo lo hanno già divorato tutto. Gli resta lo spazio, tra ricordi e binari. Lo spazio a margine.
Gianluca Iovine

domenica 4 marzo 2007

MATTINA (2004)

Quando la pioggia inizia a colpire il parabrezza, e i tergicristalli ballano freneticamente davanti ai miei occhi, ecco, quello è il momento buono per viaggiare. Un ingorgo al Casello di Melegnano in una giornata anonima come questa può durare anche delle ore, e allora io cosa faccio..?! Beh, chiudo gli occhi e viaggio, appunto. Mi vedo volare via dal tetto di lamiera, e superare la mia auto ferma, le altre auto a Melegnano, attraversare in un lampo la Lombardia e l'Italia.... Sempre in volo, forte e rapido come il pensiero, sono deciso ad atterrare a Montego Bay, all'aeroporto, in mezzo a quella gente con il sorriso sempre in faccia.Varcata la dogana sono ancora in Giamaica, in mezzo al rumore e al fumo, tra i colori e le strade bruciate dalla polvere, gli incidenti sfiorati a ogni curva, e la musica, la musica, dentro le ossa. Anche di chi non la vorrebbe sentire, che la odia perfino, come quel vecchio americano seduto di lato nel pulmino, che impreca e si terge il sudore, mentre Jimmy guida nella notte verso Negril, accompagnato dai Wailers e Bobby Marley. Buffalo Soldier! L'arrivo alla Runaway Bay, turchese e scura per via della notte, è uno sguardo alle bottiglie ambrate di rhum e agli ananas tagliati sul tavolo. Poi i clacson di Melegnano, e una Fiat Punto rossa che mi passa davanti insultandomi. Ma almeno la pioggia non batte più.

Arcadja Fjodorova

"Arcadja Fjodorova"
Nel freddo si accostava con grazia il cappotto al collo, e sfidava il vento delle strade buie di Mosca. Era fragile e nervosa nel fisico, una giovane donna tutta occhi. Anche quando il gelo le invischiava lacrime tra le ciglia, mai smetteva quel suo sorriso. E dopo tanti anni, la rividi su prospettiva Nevskji, che si stringeva arrogante al suo colonnello Fjodorov. Collo di volpe, occhi sfuggenti, e un pendente di zaffiri. Aveva tutto, ma aveva perso quel suo sorriso.

giovedì 22 febbraio 2007

UN APOCRIFO DAL PASSATO

Lo so, parlare di politica per ore con te è troppo naturale. Ho la sensazione che mi stai entrando dentro. Vedi, la verità è che quella foto ha cambiato tutto. Speravo quasi non avessi un volto. Poi ho visto tutto quel rosso. I tuoi occhi. Sprezzanti. Intensi. Non so, sono confuso. Adesso ti vedo come una donna, non sei più quattro righe scritte sul monitor, ne' una voce nella notte... Ora quel biglietto ho deciso di prenderlo. Fregatene, non pensare che esco con le altre, che ho un passato, da te non voglio nulla. Voglio solo guardarti, sentire chi sei, respirare la tua Calabria, e quella Polistena che non so cosa sia. Ti chiedo solo questo, lascia che quel treno lo prenda...

APOCRIFO DEL 22 7 2005

lunedì 5 febbraio 2007

SPEZZARE IL SILENZIO

Cinquefrondi. Reggio Calabria. Italia.

Un assessore onesto, capace, coraggioso, Michele Conia. Vigliacchi nella notte gli incendiano il portone e l'auto. Cercano di piegarlo, di mettergli paura, di fermare il cambiamento. Forse gli stessi che hanno vandalizzato la sede di Rifondazione Comunista, che ogni tanto bruciano le auto di cittadini e amministratori, e che nel silenzio e nell'indifferenza di troppi opprimono intere città e sbranano le nostre speranze. Esisterà mai un giorno senza l'assedio del crimine in Sud Italia? Esiste un'alternativa precisa a questa anticultura mafiosa. Perchè lo Stato abbandona questi territori? Perchè non dà risposte precise in termini di repressione dei crimini, di adeguamento infrastrutturale, di occupazione? Perchè si mantiene un'Italia a due velocità a 137 anni dall'Unità d'Italia? Quale peccato originale chi nasce a Sud deve espiare? E per quanto ancora? Nel frattempo ci si arrangia, cercando di non farsi uccidere, di vivere normalmente, come se tutto questo fosse sopportabile.

sabato 13 gennaio 2007

Qualcosa di personale

Non parlo spesso di Claudia. Ne parlo sempre, ma nascondendola in scatole cinesi che sono personaggi o cenni negli articoli che scrivo. Stavolta invece voglio spiegare una sensazione, che solo per me è acquisita. "Il treno io l'ho preso e ho fatto bene", canta De Gregori. Per che cosa, pensano in tanti, scappare dall'aula di Milano a Santa Marta, correre verso Piazzale Cordusio, o magari tagliare tra San Vito e via Torino verso il Duomo per centrare il notturno delle 19:45? In quelle cuccette dove si è obbligati a dormire poco e male, a pensare nelle lunghe ore della notte idee nate a Bologna e a Napoli già dimenticate, in quel silenzio, in quella semioscurità mi preparo a rivederla. Perchè è la visione di quegli occhi, il profumo della pelle, la carezza di quella voce che dà senso ai crampi, al mal di schiena, allo schifoso caffè da treno. Rivedi Claudia, a Rosarno, Gioia Tauro, a Reggio Calabria, e risenti i brividi dentro. L'amore.

mercoledì 10 gennaio 2007

IL TRIANGOLO DELLA MORTE

"Invio. Fatto. Stasera leggerà. "Vanni Andreini spense il Notebook e lo ripose nella custodia. Non tornò a letto da Giuliana, preferì guardare con malinconia il sole sorgere tra i colli. Non sapeva se sarebbe stata l'ultima notte con lei. Forse era giusto così, andarsene scrivendo un postit. C'era da prendere quel treno, avrebbe capito. O forse no. Mentre aspettava il taxi fumando la sua Winston, avvertì come una strana sensazione. In macchina faceva freddo, il tassista non aveva voglia di parlare, Vanni si aggiustò il bavero del loden, e guardò l'orologio. Rischiava di perdere il Roma - Reggio delle sei e mezza. "Può fare più in fretta? Sa, c'è il treno che..."Il tassista sbuffò e cambiò marcia. Roma correva ai lati dell'Alfa. A Termini non era mai facile trovare il binario. Ma doveva essere il 14. Anche stavolta niente caffè. Carrozza 3, posto 96. Eccoci.
Mia Romito pensava a che schifo di giornata l'aspettasse, al sindacato quel pomeriggio. Ma prima c'era da farsi il solito giro a Reggio Calabria, il pieno da fare, magari con l'auto del vicino parcheggiata giusto fuori il garage. Niente di peggio di un lunedì per peggiorare il mal di testa. Neanche la doccia sembrò cambiare la situazione, e neppure un po' di quella tisana dolce che le aveva già risolto qualche mattina. Alzò la saracinesca, era giorno di mercato ma non aveva voglia di vedere i commercianti montare le tende. Partì dalla Piana troppo presto quella mattina. Accese Isoradio per cercare quel pezzo dei Muse che le ricordava di lui, pensando che quel lunedì sera diventava più simpatico se pensava che l'avrebbe rivisto e si sarebbero magari amati un po' tra le coperte di quella casa così fredda al numero 9 di via Tripodi.
Giuliana cercò ancora al buio tra le coperte la mano di lui. Non trovandola, sentiva il cuore battere più forte. Accese il lume e vide solo lenzuola scomposte. Un gran senso di vuoto. Vestita alla meglio, corse in cucina. "Dormivi così bene. E io ero così confuso. Scendo con l'Eurostar a Gioia stamattina. Ti chiamo appena posso. Ho bisogno di capire delle cose, e di capire se è ancora amore, il nostro." Si asciugò le lacrime e cominciò a pensare che forse stava proprio per finire, tra lei e Vanni. Alla fine sembrava avere vinto l'altra. Andò a chiudersi in bagno, per piangere seduta fumandosi il dolore in pace.
A Maratea mancava poco. Girolamo Cedro era nella Volvo di Michele Zito che guidava silenzioso. Gli fece un cenno, e mentre l'auto accostava al belvedere, fece quella chiamata. "Pronto? A bellizza, allora! A che punto siamo? Stiamo bene?" "Tutto a posto, cumpari, li stiamo aspettando anche noi. Sto qui con l'amico Rosario, che anche lui conta i minuti..." Girolamo salutò e andò a guardarsi lo spettacolo. Era una macchia bianca e rossa, da lontano. Poteva contenerla nelle mani. Solo quando iniziò ad avvicinarsi sembrò assomigliare un po' di più a un treno. Veloce, lanciato, senza ostacoli, il Roma - Reggio delle 6,45 saltò in aria in un silenzio apparente. Il fuoco e le lamiere contorte si mischiavano alle rocce e al mare blu scuro. Dalla distanza sembrava tutto così perfetto, anche le carrozze di prima classe e il locomotore sventrato, e il resto del treno che secondo dopo secondo si piegava come un animale ferito sulla massicciata. Mommo Cedro non potè trattenere una risata di soddisfazione, buttando la sigaretta tra i sassi bianchi. Michele Zito mise in moto la macchina, e partirono verso Reggio.

SULLE PANCHINE

C’era il sole, stamattina a Milano. Non che possa chiamarsi sole uno sputo di bianco in mezzo al cielo incolore, ma almeno oggi si vedono bene le sagome delle panchine al Sempione. Chissà se sta dormendo, Giorgione. Ha gli scarponi mangiati davanti, e la destra che tocca terra, sfiorando il cemento. E’ pieno di cicche vecchie. Non ha neanche finito il quarto di rosso. E purtroppo, ora che alzo il Corriere di mercoledì, vedo che qualcuno gli ha tagliato la gola. Povero Giorgione, morte di merda.

sabato 16 dicembre 2006

COSA 'E NIRONE

GIANLUCA IOVINE

COSA ‘E NIRONE

“Signor Commissario, il fatto è, vedete, che a me nun me piace stà sulo. A me stà sulo me fa ammurbà. Anzi, se proprio ve l’aggia dicere, je, e stà sulo tengo proprio paura.” Pascalone Canessa diceva questo, e dondolava inquieto il corpo flaccido, le braccia inchiodate alla scrivania. Di tanto in tanto si fermava, asciugandosi con un fazzoletto di stoffa il sudore. Poi con quelle sue dita grosse e giallastre si accendeva una MS, fumandola nervosamente in aria. Gianni Romualdo ne aveva visti tanti di malavitosi, ma Pasquale Canessa fu Gerardo, per tutti Pascalone, era un caso a parte. Ogni mattina se ne stava con gli amici al Caffè Nacatola all’angolo, sorridendo al sole con gli occhiali neri e la testa rasata. Si accompagnava ai due fratelli Santoro, a Peppe Migliardini, a Giovannino Rende e a Geppino Russo. I turisti vedevano sei amici che bestemmiavano sul Napoli in B, ma i poliziotti sapevano che erano sei degli uomini del clan Fraticelli alla Torretta, i più scafati e feroci. Pascalone era il luogotenente di zona, e da Santa Maria della Neve a San Filippo a Chiaja, da Via Crispi a Santa Maria in Portico non si muoveva niente se Pascalone non parlava. “Era un periodo di crisi nel commercio, quel settembre 2003, vero? “ “Commissà, è ‘o vero! Nun se puteva fa ‘na lira. ‘E puteche nun faticavano proprio! Allora nuje ‘nce ‘nventajime Nirone.” E già, Nirone. Un bel pitbull allenato al vecchio cinodromo, a rincorrere ogni tipo di bestia, puntualmente dilaniata. Per tre anni un divo dei combattimenti tra Casalnuovo e Acerra, Pascalone si era tolto lo sfizio, comprandosi quel bel canillo bianco e nero. Lo aveva ammaestrato per bene, e piano piano ci si era affezionato. “A ggente se penza ca nuje d’a malavita nun tenimme paura. E invece.... Ce futtimme ‘e paura, ‘on Giuann! Accussì, je jevo pe’ strada c’o canillo”. Un giorno, mentre chiedeva i soldi a Zhang Tse, al negozio di pronto moda a Viale Gramsci, Zhang prese il coltello. Allora, Pascalone disse solo:” E’ cosa ‘e Nirone! Nirò, vaje!” E Nirone andò, e prese Zhang alla gola senza mollarlo un attimo. Poi coi denti sporchi di sangue, si accucciò ai piedi di Pascalone. Pasquale Canessa diede uno sguardo di disprezzo, l’ultimo, a Zhang, sputò saliva e nicotina sul suo corpo e se ne uscì. Pochi giorni dopo era in galera, per omicidio. E mentre Nirone veniva soppresso al canile a chilometri di distanza, Pascalone si appese con pezzi di tela alle sbarre. Non per colpa, ma forse per paura della notte, si era impiccato.

AMIR CHE VENNE DAL MARE

GIANLUCA IOVINE

Amir che venne dal mare

Di quelle mie giornate di bambino ricordo il senso del tempo, uno spazio soffice di ore scandite dal sole. Con Nazim, Fatima, e Mehmet giocavamo nascosti tra le barche capovolte. Immaginavamo enormi balene, mostri dei fondali che inghiottivano caicchi di pescatori. Ridevamo, ridevamo molto, persino della nostra povertà. Ci chiedevamo il perché di tutto: neanche il colore del cedro e della curcuma era scontato. Tutto andava capito, indagato. Per questo qualche notte capitava che non tornassimo a casa. I padri si disperavano, gli anziani guardavano in silenzio il mare. Noi invece cercavamo il filo di quegli strani traffici, di quei movimenti convulsi intorno a barconi e gozzi. C’erano uomini di pelle più chiara della nostra, di fuori villaggio. Oggi so da dove venivano, ma in fondo cosa conta? Oggi è cambiato tutto, potrei anche scordare, e invece non riesco. Li sento che parlano, che urlano, anche; li rivedo mentre si passano pacchi marroni sotto i nostri occhi ridendo sprezzanti… Uno di loro si accompagnava spesso a mio zio Yussuf. Lui era un fratello di mio padre. Quando egli morì gli fui dato in consegna, da noi era normale. Così non ebbi da ridire quando mi disse di raggiungerlo al porto, quella sera. Salutai i ragazzi che stavano giocando con un granchio rosso, e andai giù verso il mare. Mio zio era proprio con quell’uomo che diceva di chiamarsi Aliosha. Scherzavano e bevevano liquore d’anice. Ne volevano dare anche a me, ma non mi piaceva e rifiutai. Poi ricordo solo il buio. Mi svegliò non il sole, ma una donna che tossiva. Dove eravamo noi c’era tanta, troppa gente. Una selva di corpi di bambini anche più piccoli di me, e donne. Poi c’erano uomini. Alcuni erano diversi,da noi: c’erano africani nerissimi di pelle e bimbi dai volti pallidi e gli occhi blu. Alcuni parlavano, altri piangevano soltanto. Certi stavano male, alcuni sudavano e si giravano. Cercavo con gli occhi zio Yussuf, temevo che gli fosse accaduto qualcosa. Non capivo dove eravamo, allora andai su verso la luce che mi feriva gli occhi e trovai un mare diverso. La grande barca piena di uomini e donne dondolava sotto il sole. Gli uomini che avevo visto al porto per giorni erano tutti lì. Io piangendo chiedevo di Yussuf, e uno di loro che conosceva il curdo rise di me, e sputando in terra mi disse che dovevo scordarlo, che era come morto, che non l’avrei rivisto più. Io volevo sapere, avevo solo otto anni, dovevo sapere, e l’uomo di nome Zlatko mi disse nella mia lingua che lo zio mi aveva venduto per una cassa di fumo. Per l’orrore mi sembrava di morire, allora cercavo di non pensarci e di guardare il mare. Eppure, anche se a volte ci seguivano delfini, pesci rondine e gabbiani, sentivo che non era il mare mio. Il mio mare aveva il colore degli smeraldi di Saba, la sabbia chiara come le rocce dell’altopiano. Lo abitavano mostri che avrebbero divorato gli ingiusti e salvato gli innocenti, come diceva il mio povero padre. Innocenti affamati e assetati, da qualche parte in mare. Giorno dopo giorno, quel barcone puzzava. Fu allora che conobbi l’odore della morte. Una madre col figlio, un vecchio, due giovani storpi, e non so quanti altri. Tutti in mare, pasto per i pesci. Dopo sette giorni non avevo la forza di urlare, di bere, di piangere. Trovammo mare grosso, e i nostri aguzzini buttarono via altri corpi di vivi e di morti, finché una notte li vidi agitarsi. Urlavano verso il mare. Sembrava il mostro marino che doveva aiutarci, con gli occhi bianchi di luce. Invece, era una barca di uomini meglio di questi. Una barca grigia e più veloce di noi, che ci sbarrava la strada. Quegli uomini feroci buttarono in acqua tanti, anche me. Alcuni non ce la fecero, anche se gli uomini grigi volevano salvarli. L’amico cattivo di mio zio fu colpito e cadde in acqua, altri si fingevano poveracci, ma io sapevo che non era così. Ci presero dal mare, che tremavamo, e ci diedero cibo e acqua. Poi ci rinchiusero di nuovo, in una casa vicino al mare con le grate. Era vent’anni fa, ed è oggi. Otranto mi ha cresciuto, ma non smetterò mai di pensare al mio mare perduto.

VOLO SENZA ALI

Gianluca Iovine

VOLO SENZA ALI

Il Viaggio che respingi.

L’Airbus si stacca dal suolo, dopo aver divorato la pista. Un’enorme macchina d’acciaio, leggerissima, che sembra avere voglia di andar via da Milano anche più di me. E la pista dall’alto scompare in fretta, mentre leggo la prima pagina del lunedì. Non avrei dovuto essere su questo volo, avevo tanto da fare, in città. Ma in agenzia hanno capito le mie esigenze, e per una volta i colleghi mi hanno ceduto 8 giorni di agosto. Non so come immaginare Negril. Forse palme, lagune, spiagge bianche, ma tutti dicono che la Giamaica ha qualcosa in più. Qualcosa che va oltre le dimensioni e l’aspetto dei luoghi, una terra diversa, forse più sorrisi che alberghi, un posto dove una milanese di trentacinque anni può ancora sentirsi una persona, e non una struttura, o una comparsa da aperitivo. I voli sono sempre una tortura lunghissima. “Come passerò il tempo?” - ti domandi, dopo aver guardato l’orologio, la mappa elettronica, riletto Repubblica, mangiato gli snack e fissato le hostess mentre cercano di essere sorridenti e spontanee, lo sguardo velato di noia. Ogni tanto succede qualcosa, magari un passeggero che dimostra di essere al primo volo, o un bambino che sembra sia salito solo per far venire voglia a tutti gli altri di scendere. Dagli oblò ti guardi giù e vedi poche nuvole bianche e il suolo che quasi sembra non muoversi. Vedi le Alpi e mangi un panino ridicolo, bevendo caffè lungo. Immagini quante volte nella vita hai desiderato un secondo in più per un treno da prendere o un bacio da dare, e non l’avevi, maledizione! Lì, sul Milano – Miami hai tanto di quel tempo…! Un’overdose di tempo, morbido e dolciastro come etere. Ti sembra di mangiarne, di respirare tempo, di nuotarci dentro come un delfino, e contare i singoli secondi camminare sul quadrante. Quando spengono le luci è davvero brutto. Neanche il vicino logorroico resiste, e dorme, come quasi tutti. In quella semioscurità una single di Milano con una convivenza in frantumi da due anni crolla e si vende alla tristezza. Tanti pensano di dover diventare vecchi per rimpiangere. Sbagliato. Passi i trenta e i ricordi ti perseguitano. Strano. Pensi che anche la noia di questo viaggio sarà ricordo. Ma non brucerà come i baci di Marco, o come il suo volto che candidamente ammette di avere un’altra… Poi per fortuna l’aereo, lucente al sole, vira verso la Spagna, ma prima attraversa un bel po’ di Francia. Lo spuntino del pomeriggio e un bel film di Pupi Avati. Un film triste, ma corretto. I film sugli aerei sono sempre troppo corretti. Sono tristi, divertenti o emozionanti il giusto, senza mai andare oltre il limite. Se vuoi un film oltre, devi andare al cinema, e non chiedere a una compagnia aerea di scegliere per te. Ma a quell’altezza, non puoi chiedere niente o quasi, di diverso da quello che hanno scelto per te altri. Una bella metafora, già. Pensi di essere libera, e invece qualcosa o qualcuno sceglieranno per te, fino alla fine. In fondo il film non è tanto male. Solo che vedere Neri Marcorè e la Incontrada cercare di amarsi mentre tu dentro cerchi di pensare solo alla Giamaica, fa un po’ male. Il tempo passa, certo, ma mai in fretta. Fortuna che c’è il bagno, altri dieci minuti andranno via. A fine corridoio quelle tende ci separano dalla Top Class. Noi della Turistica abbiamo meno spazio per stenderci e poggiare i piedi, ma a parità di noia, in prima classe penso sia anche peggio.. Non si vede molto della Spagna, se non qualche fazzoletto di terra di tanto in tanto. Il silenzio in aereo è tranquillizzante. Sto provando a fare un cruciverba, ma non mi viene in mente nulla. Mi fermo al 18 orizzontale: grave degenerazione cellulare. La parola è sinistra, soprassiedo. Finalmente dormo, ma non molto. Non ricordo quasi mai i miei sogni, da qualche mese a questa parte. Fossi stata a Milano, avrei sognato un viaggio. Dunque, adesso se avessi sognato, forse avrei visto il tram di Cordusio girare come un ventaglio, evitando al solito qualche ritardatario in mezzo ai binari. Forse avrei sognato la Milano che preferisco, quando albeggia ed è silenzio, e vedi solo poche persone in giro, aprire i negozi e mettere in moto la città. Avrei forse sognato il Caffè San Carlo e quel vorticare di tazzine che in pausa pranzo diventa un’abitudine degli occhi. Ma non ho sognato. Ora c’è il mare, e ce ne sarà per ore, almeno fino a quando non avremo visto le coste americane. In questo momento, forse saranno i nervi, non ho più voglia di vedere Negril, anzi vorrei tornare nel mio guscio sicuro. Nel mio letto forse sarei meno sola e meno debole. Forse. Guardo i pannelli di plastica, e giro con gli occhi, guardando tutti i passeggeri. Ho sempre paura di trovare un sospetto, un terrorista pronto a farsi esplodere. Ho sempre un momento di paura nell’arco di un viaggio. Un momento in cui penso che l’aereo cada, ora che la mia vita è incompiuta, che ho ancora un casino di cose da fare, e che non ho ancora dato una sterzata alle mie scelte. Poi arriva l’oceano. Comincia il tempo più lungo. Parte anche il secondo film, i soliti supereroi. Gli X-Men. In un modo o nell’altro sulla cartina elettronica il disegno dell’aeroplanino cammina sulla rotta verso la Florida. Poi comincia un’accelerata del tempo. L’America prende forma sotto di noi. Pensi ai suoi spazi, all’enormità di cose stupide e fantastiche che contiene, alle città, a volte senza storia, ma in fondo affascinanti per questo, come terra vergine. Città che appartengono a tutti, anche a chi le vede una volta sola con una digitale al collo. Immagini New York, Chicago, Washington e San Francisco, e tutte le altre città mito che da prima di nascere esistono già nel tuo mondo di appartenenza. Le immagini, le foto, il web e la tv ripetono all’infinito che esiste l’America. Così ci credi anche se i tuoi occhi non l’hanno mai vista. Semmai, ti convinci che forse Milano potrebbe non esistere, e certe volte dovrebbe non esistere. Come quando è crudele, ti lascia sola, ti uccide di indifferenza e poi sorride finta chiedendoti se serve una mano, augurandosi che tu non risponda mai sì... Milano, l’Italia. Chissà che ora è là, chissà cosa sta facendo Marco...Chissà se Lisa è all’aperitivo del Gioia 69, a bere mojito.... Magari Giorgio stasera non ha visto Marinella... e forse Lory e Giovanna sono a fare straordinario in agenzia... Ma non devo pensarci, non devo.. Io ho Miami, ho Negril. Stasera tardi sarò a prendere un drink in alto sulla scogliera, forse a guardarmi un giamaicano ben fatto e a pensare da quant’è che Marcello e Mario non vedono una palestra... Sarò lì che guardo il mare, a pensare che la vita è bella, proprio perché non la capisci, perché non ti si spiega davanti subito. La vita è una carta arrotolata come un papiro antico. La decifri pian piano, e neanche da sola. Spesso muori senza averci capito niente ancora. Non sai perché, ma la ami, come un uomo che ti fa soffrire. E più te ne fa, più lo trovi adorabile. Vorresti sparargli, certe volte. Ma poi sai che è lui quello. Quello che ti rischiara le giornate buie. Il tuo sole coraggioso che va in giro a novembre. Dio, quanto tempo è passato, devo essermi assopita, pensando a Marco. Incredibile, dall’alto le autobotti, i furgoni e le navi sembrano le macchinine Hot Wheels. Miami è ordinata, geometrica, ogni villetta ha il suo giardino, sembrano tutti felici da quassù. E scendiamo, lo annuncia la hostess. Ci siamo. Con una discesa dolce per un aereo così possente, vediamo Miami. Una voce mi sveglia, lei è bella come l’hostess, ma non è vestita di verde e blu. E’ vestita di bianco. Io sono chiusa in un cilindro lucente. Ascolto perplessa e mi chiedo dove sia finita Miami, l’aereo, e tutti i passeggeri. Dove siano la dogana e i poliziotti, la pubblicità e l’aria condizionata. La voce dice: “Come va? Si sente bene? Oggi sembrava più in forma del solito, signora!” Poi un tipo che non è un pilota e neanche un doganiere fa: “Siamo al secondo ciclo di terapie, e lei risponde benissimo. Certo, le nausee continueranno, e altri capelli le cadranno, purtroppo, per un po’ ancora. Ma lei ha coraggio. E se continua ad averne, darà lo stesso coraggio alle sue cellule per combattere il male.” Ho paura. Richiudo gli occhi. Passerà presto tutto, se è solo un sogno. Riprenderò il volo. Dopo verrà Montego Bay. E poi il bus per Negril. E sarà vacanza, finalmente. Sarà libertà. Riapro gli occhi, ma rivedo ancora la stanza del San Raffaele. Ora li richiudo.

Gianluca Iovine Napoli, 15 luglio 2005

L'UOMO ALL'ANGOLO

Gianluca Iovine con Claudia Carlino

L’UOMO ALL’ANGOLO

L’amore non ha tempo.

L'uomo all'angolo vende fumo e frittelle. Sciroppo d'acero e zucchero sulle ferite dei ricordi. Domani smetterà di vendere. E' stanco, ha deciso che lascerà la strada per i prati. Vede una ragazza bruna camminare con passo affrettato ma lo stesso cerca di attirare la sua attenzione. La ferma con un colpo di tosse e un sorriso imbarazzato. La ragazza si era già accorta di quell'uomo all’angolo di strada che vendeva frittelle, ogni mattina. Lo guarda. Gli sorride. e comincia proprio lei a parlargli, sommessamente, ma con determinazione. “Io lavoro come voi, qui all'angolo. Proprio li, in un ufficio al secondo piano di quel palazzo rosso, di fronte alla fermata del tram.... Ogni mattina vado a prendere una tazza di caffè in quel bar lì" "Ecco perché. Ma perché vi vedo così sola? Tenetele, non sono fiori, ma profumano. Ve le regalo. Vi vedo andare per la vostra strada, sempre diritta, anche quando piove. Non vi curate del vento, del freddo. Sembra che per voi i giorni siano davvero tutti uguali. Vedete, invece i giorni sono proprio come frittelle. Sono uguali solo all’apparenza. Il sapore, il profumo, il calore, le rendono diverse, proprio come un incontro, un colpo di sfortuna o un sorriso può cambiare una giornata o una vita.“Non sono sola. A farmi compagnia è proprio il profumo delle vostre frittelle. Sapete ? Questo rende anche le mie giornate che credetemi, sono tutte uguali e vuote, più vive, diverse tra loro.” ”Ora riprendete a camminare. Scusatemi, se potete, per l’insistenza. Camminate, e mentre sentirete le mele e la crosta sciogliersi, lo zucchero trasformarsi in un respiro gioioso, pensate all'invisibile, a ciò che avete sotto agli occhi e che non vedete mai. Pensate anche un poco all'uomo all' angolo. Perchè domani andrà via e forse solo così capirete tutto di lui.” Lei attraversò la strada. L’indomani tornò, e vide che l’uomo stava raccogliendo e ordinando le sue povere cose. Alzò lo sguardo solo per cercare di incontrare il suo, e le disse:”Perchè anche oggi non mi guardate negli occhi?” ”Oggi preferisco guardare le vostre labbra, il modo che avete di scandire le parole, di affermare le vostre idee. Io non credo voi abbiate fatto il venditore di dolci di strada tutta la vostra vita!” ”Vorrei il vostro sguardo. Così vedreste nuotare nei vostri occhi i miei. Vi spiegherei senza parlare che è vero, che non è come sembra. Che a volte la vita ci mette in gabbia.” Per nulla intimorita dal tono dell’uomo, lei rispose:” Chissà allora se qualche sorriso cambierebbe i vostri giorni come il profumo delle mele fritte ha cambiato i miei !” “Eh, un sorriso può cambiare un giorno, ma non fa tornare in vita una moglie. Elise, che Dio l'abbia in gloria, almeno ora è felice. Lei non sopportava che un buon professore di lettere si fosse ridotto così. Professore !? Professore, siete infelice, voi siete infelice ora? ”Io ora sono almeno l'unico infelice. E’ questa la mia felicità. Finché era viva, mia moglie soffriva. Soffriva anche ricordando, ogni giorno, i tempi di quando abitavamo a Dresda. Prima della guerra. In quegli anni, ancora a nessuno veniva in mente che gli Ebrei fossero una razza diversa, dei sottouomini. Quando la gente cominciò a isolarci, iniziammo a perdere tutto. Anche la dignità. Anche il sorriso. Noi però fummo fortunati a scappare dalla Germania in tempo, a ripartire da qui. Caracas provò ad aiutare anche noi, come aveva fatto con altri. Provate lo stesso a sorridermi, come Caracas ci sorrise, trent’anni fa. “Potrei provare, sì! Perché io sorrido passando da qui, sorrido sentendo il profumo delle vostre frittelle anche a ricordarlo per il resto del giorno. Sola, sorrido senza muovere il mio viso, con i miei occhi.” “Sento come se le rughe andassero via da me a ogni vostra parola. Sento come se Dresda tornasse a una domenica di maggio, con le campane del Santo. Sapete, parlare con Voi mi riporta a tempi felici.” “A Dresda non sono stata mai, non credo che ci andrò Non conosco altre città se non Caracas così come non conosco davvero Voi. Insegnatemi a conoscere quello che voi conoscete. Lasciatemi vedere coi vostri occhi. Allora potrò dire di conoscervi.” L’uomo sorrise ancora, ma questa volta fra le lacrime. Poi disse:”Sapete, morirò solo tra sei mesi. Eppure è un tempo sufficiente per sentire altri profumi della vita. Ecco, solo questo. Vi sarei grato se mi regalaste altri sorrisi. Ora andate che al lavoro vi aspettano. Ora sapete cosa c'è dietro questo fumo dolciastro....” “Sei mesi sono tanti per essere felici. Per un sorriso o una frittella o anche solo per una passante un po’distratta”. Quel maggio del 1969 iniziava la breve storia d’amore di Joachim Rosenthal e della sua seconda moglie Yvonne. Gli tenne compagnia gli ultimi sei mesi, un tempo felice nella vita di quel professore di lettere divenuto venditore di frittelle.

Gianluca Iovine Napoli, 27 gennaio 2006

ETOILE DE LE HAVRE

Gianluca Iovine

ETOILE DE LE HAVRE

Il Mare, l’orrore

Le onde ghermivano la prua della nave francese, con spaventosa irruenza. I topi di bordo erano usciti allo scoperto tutti, ma il Capitano Ardennes neanche se ne accorse. Un fulmine maligno spezzò l'albero maestro facendo rovinare la vela in basso. Rimasero coinvolti due ufficiali di bordo e cinque marinai semplici. Urlavano come bestie al macello, ma il turbinare del vento tutt'intorno ben presto cancellò ogni suono. Fu in quel momento, che tutti quelli ancora vivi, invece di trovare a dritta le coste di Hispaniola, videro avvicinarsi una nave tra le nebbie. Al timone una donna, o meglio, quel che un tempo doveva essere stato una donna. Gli abiti lisi ma di foggia sontuosa, contrastavano tristemente con le ossa marcite dal tempo, i gioielli, lucentissimi, spiccavano nel cielo di tenebre. Sempre più vicina, vicina... Poi, la Etoile de Le Havre piombò in un vortice, e parve a tutti di veder sorridere quello scheletro sul ponte di comando.Mosse le falangi adunche come per un crudele addio. Poi fu solo mare, urla, e spezzarsi di legni.

Gianluca Iovine Napoli, 12 luglio 2005

IL CERCATORE INFELICE

Gianluca Iovine

IL CERCATORE INFELICE

All' unico filo d'erba magico tra i prati del mondo

C'era Malcolm e c'era un filo d'erba verde verde. Ogni mattina Malcolm che era un ragazzotto ben fatto, con i capelli biondorossi e qualche lentiggine dispettosa, andava nei prati. Il perché nessuno lo sapeva, neanche Mamma Paula. Malcolm sì, che lo sapeva: cercava una musica magica. Così staccava ogni filo d'erba, il più verde, il più bello, lo accostava al labbro e suonava. Mai era riuscito a ritrovare il suono che Papà Jackie gli faceva sentire nei giorni d'estate in brughiera, prima che l'orco nero se lo portasse via. E Malcolm era tanto infelice. Una volta Malcolm scorse una coccinella sul filo d'erba e volle suonare lo stesso. Quella piangendogli disse: "Non farlo ancora, lo stelo è mio, non troverai qui quello che cerchi!". Un giorno trovò uno stelo vicino a una mucca, imbrattato di letame, e volle provare lo stesso, ma la mucca gli disse: "No, ragazzo, non sarà certo qui che troverai quello che cerchi, e anzi cambierai te stesso sporcandoti!". Malcolm provò ancora mille e mille volte, ma la musica non c'era, o era flebile, o alta, o stridula, o bassa....Venne un giorno che Malcolm non cercò più, e si ritrovò semplicemente a ripetere il fischio di Papà Jackie. Successe una cosa prodigiosa: riapparve inquietante l'orco nero, ma stavolta aveva lacrime che gli rigavano il volto. Gli fece cenno di avvicinarsi e Malcolm con paura accettò. Gli disse:" Ragazzo, ti ho rubato via un padre, ma mi è toccato farlo. Ti ha però lasciato la cosa più preziosa al mondo: la sua musica. E' inutile che consumi scarpe e che laceri i vestiti a inseguirla altrove perché la musica è già in te! Tuo padre non tornerà più ma tu avrai le note nella tua anima per ricordarlo" E sparì in una nube nera.Malcolm capì e cominciò a sentire quelle note uniche rapirgli la testa e il cuore, il sorriso tornargli ed il sangue sciogliersi.I prati tornarono a essere solo prati e le mucche nient'altro che mucche. Da allora in poi, nessuno chiamò più Malcolm il cercatore infelice.


Gianluca Iovine Napoli, 30 aprile 2005

venerdì 15 dicembre 2006

ALLA RINGHIERA







“Alla ringhiera”

La fontana con il torello buttava fuori acqua come ogni giorno. Maria Montano e suo figlio litigavano come sempre, era già passato il carrello dei giornali. Gina Floris vedova Macaluso dalla sua ringhiera di via della Consolata vedeva il mondo. Di Macaluso Luigi autotrasportatore, le era rimasto poco: aveva dato via quasi tutti i vestiti, tranne il doppiopetto blu delle domeniche insieme a Torino. Restavano le vecchie foto: I piccioni a Venezia, da sua sorella a Settimo Torinese, un bagno nel canale a Turbigo, la cascina di Rivoli. Spesso lo sguardo le cadeva sulla mano: dell’anello di fidanzamento restava solo un segno chiaro sulla pelle. Era stato sei mesi fa. Sera tardi, via Garibaldi. Una cena con le amiche, l’unica uscita del mese. Da una laterale erano sbucati in due sul motorino. Quello seduto dietro alto, forte. L’altro più magro, con gli occhiali scuri e un po’ di barba. Il ragazzo alto scende e cerca di strapparle la borsa. Non ci riesce, allora le tira un ceffone tremendo. Le urla con degli occhi umidi, giallastri: “Dammi quello che hai, i soldi… E poi quell’anello, sì, dammi l’anello!” Gina aveva provato a resistere ancora. Ma poi quello lì le aveva puntato il coltello a serramanico, chiamandola vecchia di merda, lei che ancora faceva le notti in ospedale alle Molinette, e puttana, anche se l’aveva fatto solo con Luigi, dopo sposati! Ma lui aveva un coltello… Gina non se sarebbe mai dimenticate, le lacrime. E non avrebbe scordato loro, che ridevano di lei ferita. Quello che guidava il motorino aspettò il complice per ripartire, insultandola ancora e ridendo erano schizzati via. Gina quella sera non sapeva se le facesse più male la faccia o il cuore. Decide di chiudere le imposte. Quella mattina alla ringhiera non davano niente di interessante.

GIANLUCA IOVINE

giovedì 14 dicembre 2006

Vorrei

Vorrei scuotermi dal torpore in cui sto scivolando. Il freddo forse non c'entra. E' che sentire le cose mentre si ripetono, vederle trasformarsi in abitudini brucia l'anima. Ma evidentemente, non c'è scelta. Ogni tanto provo un arrembaggio: spesso assomiglia a un viaggio che vorrei fare e che forse non farò mai, o anche a un'emozione che vorrei riprovare, come stare fermo nella neve dell'alba, senza pensare. Ma non c'è mai tempo. C'è la corsa, quella brutta specie di corsa che non porta da nessuna parte, un movimento immaginario che fa solo stare fermi. Così, invece di spostarmi oltre, sento che sto scendendo silenziosamente giù.