martedì 19 giugno 2007
LE CORNA
alle 19.6.07
Pubblicato da
Gianluca Iovine
0
commenti
sabato 16 giugno 2007
UNA SEMPLICE TAZZA DI TE' LONDINESE
Henrietta e Wilfred Young si sposarono nel 1850, lei aveva vent'anni. Era la terza figlia di Marcus Classen e Therese Kufstein Riedock.
Le sorelle maggiori, le gemelle Arabella e Margarethe piansero molto la perdita di una sorella cui erano molto unite, andata sposa a un ricco e arrogante inglese.
Wilfred impalmò la sua Henrietta in una seminascosta chiesa della capitale, ma non fu un matrimonio felice. I pettegolezzi all'ora del tè spesso coprivano l'atmosfera di una casa vuota, che Sir Wilfred, pur quarantenne, abbandonava di frequente per quelle che fingeva fossero cacce alla volpe.
Una mattina fu trovato agonizzante per un colpo di fucile da caccia, e arrestarono Lorrraine Coen Salmon, un' inquieta donna del Kent di famiglia ebrea, con cui Wilfred sembrava smaltire le ansie del matrimonio.
Gli Young ebbero un solo gfiglio, John Luke, nel 1871.
Questi, prima di morire nel 1903 per un attacco di cuore, fece in tempo a mettere al mondo Conrad (1896), Humphrey (1898) e Barbara Ann (1900).
Conrad morì giovanissimo annegato nel Thames a soli 10 anni, mentre Humphrey, forse il più noto della famiglia, fu attore di teatro, spegnendosi di vecchiaia nel 1980 nella sua villetta d campagna a Beccles.
I figli, Anthony (1918) e Patricia (1924), viventi, abitano vicini, in due ricche case della Cornobvaglia, aspettando che gli eredi gli portino via le ricchezze accumulate in oltre 100 anni di storia familiare.
Barbara Ann morì serenamente nel 2000, dopo una vita centenaria, spesa, tra le altre cose, a curare, almeno fino al 1979, l'immagine del Celerey Tea nel mondo.
Morta nella sua poltrona, con uno strano ,soddisfatto sorriso, la vecchia Barbara Ann Young ancora stringeva un cookie ricoperto al cioccolato bianco e una tazza di costosa porcellana, profumata di tè qualità Darjelling.
alle 16.6.07
Pubblicato da
Gianluca Iovine
0
commenti
giovedì 14 giugno 2007
Data Astrale 2578. Arrivo a Neurona
alle 14.6.07
Pubblicato da
Gianluca Iovine
0
commenti
mercoledì 13 giugno 2007
WORM HOTEL
"Bene, dovrei avere spazio in uno scatolino di cerini. Ecco la chiave."
Berosdeo e Cramella strisciarono fino a quel sogno di stanza.
Polvere di zolfo dappertutto, piccole schegge rosse come rose degli innamorati, e succulente macchie di grasso.
Strisciarono insieme fino a un piazzale di colla asciutta.
Lui la prese e senza molta timidezza, le si avvinghiò.
Certo, per due vermi poveri come loro non era grande e profumata come una mela o lucente e morbida come una bistecca, ma era la felicità.
Il paradiso, per due vermi semplici.
alle 13.6.07
Pubblicato da
Gianluca Iovine
0
commenti
martedì 29 maggio 2007
STARSENE A CASA
Starsene a casa
Aggiornamento. Da agosto non lavoro. Ti promettono un posto di project manager in un
tour operator, e dopo un mese di lavoro nero, in straordinario da venditore di vacanze, torni
a casa. Ecco, io vorrei, caro Beppe, che venisse fuori una cosa. Starsene a casa se si vuole
lavorare porta una sola cosa: depressione. Ti senti inutile, scaricato, ti senti in colpa se esci il
sabato, perché sai che per te è purtroppo vacanza tutti i giorni. Ti consumi gli occhi davanti
al pc, tra le offerte di lavoro e le mille alternative per distrarti. La qualità del sonno peggiora,
le amicizie si deteriorano, il senso dell’umorismo sfuma, e ti fai domande. Ti chiedi cosa sarà
di te quando i tuoi non ci saranno più. Ti domandi come si può vivere di mance a 34 anni e
mezzo dopo una Laurea e un Master, ti inventi delle attività. Così fai editing, inauguri siti web, fai fotografia d’arte, scrivi racconti e discorsi politici, dai consigli di marketing e scendi in Camera di Commercio per fondare un’impresa. Pensi alle speranze dei primi anni, ai punti di svolta, a quelle volte che hai rifiutato un lavoro o quando ne hai accettato un altro. In questo quadro vivere con la tua donna, progettare un futuro, diventa secondario. Hai paura di mettere in circolo le tue infelicità e distribuirle a un figlio che non c’entra nulla. Vorrei che chi difende la precarizzazione istituzionalizzata del lavoro riflettesse sugli abusi e sui danni, anche psicologici. Quanti episodi di cronaca oggi hanno alla base la disperazione da lavoro! Quanti distretti hanno avuto uno sviluppo vertiginoso delle attività criminose, subito dopo la chiusura di stabilimenti produttivi? Vivo a Napoli, ma a Torino, Milano, Trieste non è diverso...
G. I. 08.03.2006 21:50
alle 29.5.07
Pubblicato da
Gianluca Iovine
1 commenti
SPAGHETTO ETNICO DI TONNO
Gusti: Spaghetto etnico di tonno domenica 8 gennaio 2006 di Gianluca Iovine
Soli in casa, pomodoro a pezzi, tonno e poco più. Mi ricordo di Torino. Quando si è soli a Torino, si può andare al cinema, farsi fare i tarocchi o cucinare. Io a volte cucinavo.
Una bella pentola capace, la riempi di acqua tiepida fino al manico, e ci metti dentro un pugnetto di sale da cucina. la metti a fiamma bassa e aspetti che il sale evapori tra le bollicine. Intanto sull'altro fuoco hai una padella appena unta di olio. Ci vuoti dentro una scatola grossa di tonno già senza più olio, dei bei capperi senza molto sale, qualche oliva nera già mondata, e pizzichi di rosmarino, origano e cipolla tritata. Con un cucchiaio di legno soffriggi tutto. Poi, all'improvviso, anneghi tutto con dei bei pomodorini a pezzetti, presi da una scatola, e filtrati. Lavori il tutto, arricchendo con altra cipolla tritata e altri pizzichi di rosmarino. Una volta che tutto sembra pronto, ci va giù un po' di sherry vecchio. Spegni la fiamma appena lo sherry si incorpora, e prendi gli spaghetti. Bastano 100 grammi a testa. Li spezzi, e li metti nell'acqua bollente della pentola. Li scoli al dente, e poi li lavori da cotti in padella, saltandoli nella salsa di pesce e spezie. Un ultimo goccio di sherry e un pizzichino di pepe nero. Credo che ti piaceranno. Dolce, salato, forte, speziato... Per un po' i problemi aspetteranno !
alle 29.5.07
Pubblicato da
Gianluca Iovine
0
commenti
I FRAMMENTI
Tratto da: http://www.diamocideltu.net/blog/romance1.php3
Alice inizia a ricordare. Le immagini prima di lasciare casa, le paure, le premonizioni. Ma vuole, deve partire. Il sacco a pelo, le birre, le cartine. Il libro di Faber. Avevo sottolineato in rosso tutta Via del Campo. Le immagini si facevano sempre più nitide. Ricordo che al tg volevano farci paura. Solita logica dell'aggressione. Dicevano di non venirci proprio, a Genova. Era diventata tutta loro, chiusa, e noi saremmo stati nel pollaio fuori la Zona Rossa. Io più sentivo quello del tg che diceva questo e sorrideva, più stringevo i pugni. Lasciai pure le birre e le cartine. Volevo andarci io, sola e ribelle. Volevo andarci per vedere, perchè non mi raccontassero loro quello che volevano. Volevo sentire le cose, fiutarle, come un animale. E volevo urlare, urlare con gli altri disperati o magari meno disperati di altri, che un altro mondo è possibile. Poi immaginavo le cariche, la polizia, i carabinieri coi caschi, i megafoni. Fantasie della paura. Baciai il mio gatto nero e mi chiusi la porta alle spalle. Sì, ora ricordo proprio tutto...
alle 29.5.07
Pubblicato da
Gianluca Iovine
0
commenti
STANZA DELLE MERAVIGLIE
alle 29.5.07
Pubblicato da
Gianluca Iovine
0
commenti
giovedì 24 maggio 2007
LIBERATO IL PETTINE!
alle 24.5.07
Pubblicato da
Gianluca Iovine
1 commenti
martedì 8 maggio 2007
IL COMMISSARIO CHE VEDEVA I MORTI
alle 8.5.07
Pubblicato da
Gianluca Iovine
0
commenti
ALBA SCARLATTA / HO RICUCITO / OLIMPIADI
Alba scarlatta
Alba scarlatta
un arbusto disvela
un gatto nero
Ho ricucito
Ho ricucito
la sua grisaglia nera
e fa mattina
Olimpiadi
Olimpiadi
senza televisione
ci rido sopra
alle 8.5.07
Pubblicato da
Gianluca Iovine
0
commenti
sabato 21 aprile 2007
TI RIVEDRO' LUGANO
TI RIVEDRO', LUGANO (A Claudia C.)
Ivan Graziani diceva addio alla cittä, ma questi portici, e il lago nero, che riflette il cono di luce del monte Brè non possono essere lasciati facilmente alle spalle. Il lungolago di notte vive del silenzio di pietra e bronzo di rinoceronti, pavoni, cavalli rampanti. Sull'acqua piatta anche in piena notte i germani chiamano le compagne, che strisciano l'acqua seguite dagli anatroccoli, sempre un po' caotici. Le luci dei night club per ricchi, i palazzi fine secolo, i caffe' animati e il profumo degli asparagi. Se vedi un lago con un paradiso intorno, forse sei con me a Lugano.
alle 21.4.07
Pubblicato da
Gianluca Iovine
1 commenti
mercoledì 18 aprile 2007
SPIRITO D'AFRICA
Manto picchiettato di nero paglia bianco; il capo piccolo, aguzzo.
alle 18.4.07
Pubblicato da
Gianluca Iovine
0
commenti
lunedì 2 aprile 2007
IL BINARIO MORTO DELLE VITE
alle 2.4.07
Pubblicato da
Gianluca Iovine
0
commenti
domenica 4 marzo 2007
MATTINA (2004)
alle 4.3.07
Pubblicato da
Gianluca Iovine
1 commenti
Arcadja Fjodorova
alle 4.3.07
Pubblicato da
Gianluca Iovine
0
commenti
giovedì 22 febbraio 2007
UN APOCRIFO DAL PASSATO
APOCRIFO DEL 22 7 2005
alle 22.2.07
Pubblicato da
Gianluca Iovine
0
commenti
lunedì 5 febbraio 2007
SPEZZARE IL SILENZIO
Cinquefrondi. Reggio Calabria. Italia.
alle 5.2.07
Pubblicato da
Gianluca Iovine
0
commenti
sabato 13 gennaio 2007
Qualcosa di personale
alle 13.1.07
Pubblicato da
Gianluca Iovine
0
commenti
mercoledì 10 gennaio 2007
IL TRIANGOLO DELLA MORTE
alle 10.1.07
Pubblicato da
Gianluca Iovine
0
commenti
SULLE PANCHINE
alle 10.1.07
Pubblicato da
Gianluca Iovine
0
commenti
sabato 16 dicembre 2006
COSA 'E NIRONE
GIANLUCA IOVINE
COSA ‘E NIRONE
“Signor Commissario, il fatto è, vedete, che a me nun me piace stà sulo. A me stà sulo me fa ammurbà. Anzi, se proprio ve l’aggia dicere, je, e stà sulo tengo proprio paura.” Pascalone Canessa diceva questo, e dondolava inquieto il corpo flaccido, le braccia inchiodate alla scrivania. Di tanto in tanto si fermava, asciugandosi con un fazzoletto di stoffa il sudore. Poi con quelle sue dita grosse e giallastre si accendeva una MS, fumandola nervosamente in aria. Gianni Romualdo ne aveva visti tanti di malavitosi, ma Pasquale Canessa fu Gerardo, per tutti Pascalone, era un caso a parte. Ogni mattina se ne stava con gli amici al Caffè Nacatola all’angolo, sorridendo al sole con gli occhiali neri e la testa rasata. Si accompagnava ai due fratelli Santoro, a Peppe Migliardini, a Giovannino Rende e a Geppino Russo. I turisti vedevano sei amici che bestemmiavano sul Napoli in B, ma i poliziotti sapevano che erano sei degli uomini del clan Fraticelli alla Torretta, i più scafati e feroci. Pascalone era il luogotenente di zona, e da Santa Maria della Neve a San Filippo a Chiaja, da Via Crispi a Santa Maria in Portico non si muoveva niente se Pascalone non parlava. “Era un periodo di crisi nel commercio, quel settembre 2003, vero? “ “Commissà, è ‘o vero! Nun se puteva fa ‘na lira. ‘E puteche nun faticavano proprio! Allora nuje ‘nce ‘nventajime Nirone.” E già, Nirone. Un bel pitbull allenato al vecchio cinodromo, a rincorrere ogni tipo di bestia, puntualmente dilaniata. Per tre anni un divo dei combattimenti tra Casalnuovo e Acerra, Pascalone si era tolto lo sfizio, comprandosi quel bel canillo bianco e nero. Lo aveva ammaestrato per bene, e piano piano ci si era affezionato. “A ggente se penza ca nuje d’a malavita nun tenimme paura. E invece.... Ce futtimme ‘e paura, ‘on Giuann! Accussì, je jevo pe’ strada c’o canillo”. Un giorno, mentre chiedeva i soldi a Zhang Tse, al negozio di pronto moda a Viale Gramsci, Zhang prese il coltello. Allora, Pascalone disse solo:” E’ cosa ‘e Nirone! Nirò, vaje!” E Nirone andò, e prese Zhang alla gola senza mollarlo un attimo. Poi coi denti sporchi di sangue, si accucciò ai piedi di Pascalone. Pasquale Canessa diede uno sguardo di disprezzo, l’ultimo, a Zhang, sputò saliva e nicotina sul suo corpo e se ne uscì. Pochi giorni dopo era in galera, per omicidio. E mentre Nirone veniva soppresso al canile a chilometri di distanza, Pascalone si appese con pezzi di tela alle sbarre. Non per colpa, ma forse per paura della notte, si era impiccato.
alle 16.12.06
Pubblicato da
Gianluca Iovine
0
commenti
AMIR CHE VENNE DAL MARE
GIANLUCA IOVINE
Amir che venne dal mare
Di quelle mie giornate di bambino ricordo il senso del tempo, uno spazio soffice di ore scandite dal sole. Con Nazim, Fatima, e Mehmet giocavamo nascosti tra le barche capovolte. Immaginavamo enormi balene, mostri dei fondali che inghiottivano caicchi di pescatori. Ridevamo, ridevamo molto, persino della nostra povertà. Ci chiedevamo il perché di tutto: neanche il colore del cedro e della curcuma era scontato. Tutto andava capito, indagato. Per questo qualche notte capitava che non tornassimo a casa. I padri si disperavano, gli anziani guardavano in silenzio il mare. Noi invece cercavamo il filo di quegli strani traffici, di quei movimenti convulsi intorno a barconi e gozzi. C’erano uomini di pelle più chiara della nostra, di fuori villaggio. Oggi so da dove venivano, ma in fondo cosa conta? Oggi è cambiato tutto, potrei anche scordare, e invece non riesco. Li sento che parlano, che urlano, anche; li rivedo mentre si passano pacchi marroni sotto i nostri occhi ridendo sprezzanti… Uno di loro si accompagnava spesso a mio zio Yussuf. Lui era un fratello di mio padre. Quando egli morì gli fui dato in consegna, da noi era normale. Così non ebbi da ridire quando mi disse di raggiungerlo al porto, quella sera. Salutai i ragazzi che stavano giocando con un granchio rosso, e andai giù verso il mare. Mio zio era proprio con quell’uomo che diceva di chiamarsi Aliosha. Scherzavano e bevevano liquore d’anice. Ne volevano dare anche a me, ma non mi piaceva e rifiutai. Poi ricordo solo il buio. Mi svegliò non il sole, ma una donna che tossiva. Dove eravamo noi c’era tanta, troppa gente. Una selva di corpi di bambini anche più piccoli di me, e donne. Poi c’erano uomini. Alcuni erano diversi,da noi: c’erano africani nerissimi di pelle e bimbi dai volti pallidi e gli occhi blu. Alcuni parlavano, altri piangevano soltanto. Certi stavano male, alcuni sudavano e si giravano. Cercavo con gli occhi zio Yussuf, temevo che gli fosse accaduto qualcosa. Non capivo dove eravamo, allora andai su verso la luce che mi feriva gli occhi e trovai un mare diverso. La grande barca piena di uomini e donne dondolava sotto il sole. Gli uomini che avevo visto al porto per giorni erano tutti lì. Io piangendo chiedevo di Yussuf, e uno di loro che conosceva il curdo rise di me, e sputando in terra mi disse che dovevo scordarlo, che era come morto, che non l’avrei rivisto più. Io volevo sapere, avevo solo otto anni, dovevo sapere, e l’uomo di nome Zlatko mi disse nella mia lingua che lo zio mi aveva venduto per una cassa di fumo. Per l’orrore mi sembrava di morire, allora cercavo di non pensarci e di guardare il mare. Eppure, anche se a volte ci seguivano delfini, pesci rondine e gabbiani, sentivo che non era il mare mio. Il mio mare aveva il colore degli smeraldi di Saba, la sabbia chiara come le rocce dell’altopiano. Lo abitavano mostri che avrebbero divorato gli ingiusti e salvato gli innocenti, come diceva il mio povero padre. Innocenti affamati e assetati, da qualche parte in mare. Giorno dopo giorno, quel barcone puzzava. Fu allora che conobbi l’odore della morte. Una madre col figlio, un vecchio, due giovani storpi, e non so quanti altri. Tutti in mare, pasto per i pesci. Dopo sette giorni non avevo la forza di urlare, di bere, di piangere. Trovammo mare grosso, e i nostri aguzzini buttarono via altri corpi di vivi e di morti, finché una notte li vidi agitarsi. Urlavano verso il mare. Sembrava il mostro marino che doveva aiutarci, con gli occhi bianchi di luce. Invece, era una barca di uomini meglio di questi. Una barca grigia e più veloce di noi, che ci sbarrava la strada. Quegli uomini feroci buttarono in acqua tanti, anche me. Alcuni non ce la fecero, anche se gli uomini grigi volevano salvarli. L’amico cattivo di mio zio fu colpito e cadde in acqua, altri si fingevano poveracci, ma io sapevo che non era così. Ci presero dal mare, che tremavamo, e ci diedero cibo e acqua. Poi ci rinchiusero di nuovo, in una casa vicino al mare con le grate. Era vent’anni fa, ed è oggi. Otranto mi ha cresciuto, ma non smetterò mai di pensare al mio mare perduto.
alle 16.12.06
Pubblicato da
Gianluca Iovine
0
commenti
VOLO SENZA ALI
Gianluca Iovine
VOLO SENZA ALI
Il Viaggio che respingi.
L’Airbus si stacca dal suolo, dopo aver divorato la pista. Un’enorme macchina d’acciaio, leggerissima, che sembra avere voglia di andar via da Milano anche più di me. E la pista dall’alto scompare in fretta, mentre leggo la prima pagina del lunedì. Non avrei dovuto essere su questo volo, avevo tanto da fare, in città. Ma in agenzia hanno capito le mie esigenze, e per una volta i colleghi mi hanno ceduto 8 giorni di agosto. Non so come immaginare Negril. Forse palme, lagune, spiagge bianche, ma tutti dicono che la Giamaica ha qualcosa in più. Qualcosa che va oltre le dimensioni e l’aspetto dei luoghi, una terra diversa, forse più sorrisi che alberghi, un posto dove una milanese di trentacinque anni può ancora sentirsi una persona, e non una struttura, o una comparsa da aperitivo. I voli sono sempre una tortura lunghissima. “Come passerò il tempo?” - ti domandi, dopo aver guardato l’orologio, la mappa elettronica, riletto Repubblica, mangiato gli snack e fissato le hostess mentre cercano di essere sorridenti e spontanee, lo sguardo velato di noia. Ogni tanto succede qualcosa, magari un passeggero che dimostra di essere al primo volo, o un bambino che sembra sia salito solo per far venire voglia a tutti gli altri di scendere. Dagli oblò ti guardi giù e vedi poche nuvole bianche e il suolo che quasi sembra non muoversi. Vedi le Alpi e mangi un panino ridicolo, bevendo caffè lungo. Immagini quante volte nella vita hai desiderato un secondo in più per un treno da prendere o un bacio da dare, e non l’avevi, maledizione! Lì, sul Milano – Miami hai tanto di quel tempo…! Un’overdose di tempo, morbido e dolciastro come etere. Ti sembra di mangiarne, di respirare tempo, di nuotarci dentro come un delfino, e contare i singoli secondi camminare sul quadrante. Quando spengono le luci è davvero brutto. Neanche il vicino logorroico resiste, e dorme, come quasi tutti. In quella semioscurità una single di Milano con una convivenza in frantumi da due anni crolla e si vende alla tristezza. Tanti pensano di dover diventare vecchi per rimpiangere. Sbagliato. Passi i trenta e i ricordi ti perseguitano. Strano. Pensi che anche la noia di questo viaggio sarà ricordo. Ma non brucerà come i baci di Marco, o come il suo volto che candidamente ammette di avere un’altra… Poi per fortuna l’aereo, lucente al sole, vira verso la Spagna, ma prima attraversa un bel po’ di Francia. Lo spuntino del pomeriggio e un bel film di Pupi Avati. Un film triste, ma corretto. I film sugli aerei sono sempre troppo corretti. Sono tristi, divertenti o emozionanti il giusto, senza mai andare oltre il limite. Se vuoi un film oltre, devi andare al cinema, e non chiedere a una compagnia aerea di scegliere per te. Ma a quell’altezza, non puoi chiedere niente o quasi, di diverso da quello che hanno scelto per te altri. Una bella metafora, già. Pensi di essere libera, e invece qualcosa o qualcuno sceglieranno per te, fino alla fine. In fondo il film non è tanto male. Solo che vedere Neri Marcorè e la Incontrada cercare di amarsi mentre tu dentro cerchi di pensare solo alla Giamaica, fa un po’ male. Il tempo passa, certo, ma mai in fretta. Fortuna che c’è il bagno, altri dieci minuti andranno via. A fine corridoio quelle tende ci separano dalla Top Class. Noi della Turistica abbiamo meno spazio per stenderci e poggiare i piedi, ma a parità di noia, in prima classe penso sia anche peggio.. Non si vede molto della Spagna, se non qualche fazzoletto di terra di tanto in tanto. Il silenzio in aereo è tranquillizzante. Sto provando a fare un cruciverba, ma non mi viene in mente nulla. Mi fermo al 18 orizzontale: grave degenerazione cellulare. La parola è sinistra, soprassiedo. Finalmente dormo, ma non molto. Non ricordo quasi mai i miei sogni, da qualche mese a questa parte. Fossi stata a Milano, avrei sognato un viaggio. Dunque, adesso se avessi sognato, forse avrei visto il tram di Cordusio girare come un ventaglio, evitando al solito qualche ritardatario in mezzo ai binari. Forse avrei sognato la Milano che preferisco, quando albeggia ed è silenzio, e vedi solo poche persone in giro, aprire i negozi e mettere in moto la città. Avrei forse sognato il Caffè San Carlo e quel vorticare di tazzine che in pausa pranzo diventa un’abitudine degli occhi. Ma non ho sognato. Ora c’è il mare, e ce ne sarà per ore, almeno fino a quando non avremo visto le coste americane. In questo momento, forse saranno i nervi, non ho più voglia di vedere Negril, anzi vorrei tornare nel mio guscio sicuro. Nel mio letto forse sarei meno sola e meno debole. Forse. Guardo i pannelli di plastica, e giro con gli occhi, guardando tutti i passeggeri. Ho sempre paura di trovare un sospetto, un terrorista pronto a farsi esplodere. Ho sempre un momento di paura nell’arco di un viaggio. Un momento in cui penso che l’aereo cada, ora che la mia vita è incompiuta, che ho ancora un casino di cose da fare, e che non ho ancora dato una sterzata alle mie scelte. Poi arriva l’oceano. Comincia il tempo più lungo. Parte anche il secondo film, i soliti supereroi. Gli X-Men. In un modo o nell’altro sulla cartina elettronica il disegno dell’aeroplanino cammina sulla rotta verso la Florida. Poi comincia un’accelerata del tempo. L’America prende forma sotto di noi. Pensi ai suoi spazi, all’enormità di cose stupide e fantastiche che contiene, alle città, a volte senza storia, ma in fondo affascinanti per questo, come terra vergine. Città che appartengono a tutti, anche a chi le vede una volta sola con una digitale al collo. Immagini New York, Chicago, Washington e San Francisco, e tutte le altre città mito che da prima di nascere esistono già nel tuo mondo di appartenenza. Le immagini, le foto, il web e la tv ripetono all’infinito che esiste l’America. Così ci credi anche se i tuoi occhi non l’hanno mai vista. Semmai, ti convinci che forse Milano potrebbe non esistere, e certe volte dovrebbe non esistere. Come quando è crudele, ti lascia sola, ti uccide di indifferenza e poi sorride finta chiedendoti se serve una mano, augurandosi che tu non risponda mai sì... Milano, l’Italia. Chissà che ora è là, chissà cosa sta facendo Marco...Chissà se Lisa è all’aperitivo del Gioia 69, a bere mojito.... Magari Giorgio stasera non ha visto Marinella... e forse Lory e Giovanna sono a fare straordinario in agenzia... Ma non devo pensarci, non devo.. Io ho Miami, ho Negril. Stasera tardi sarò a prendere un drink in alto sulla scogliera, forse a guardarmi un giamaicano ben fatto e a pensare da quant’è che Marcello e Mario non vedono una palestra... Sarò lì che guardo il mare, a pensare che la vita è bella, proprio perché non la capisci, perché non ti si spiega davanti subito. La vita è una carta arrotolata come un papiro antico. La decifri pian piano, e neanche da sola. Spesso muori senza averci capito niente ancora. Non sai perché, ma la ami, come un uomo che ti fa soffrire. E più te ne fa, più lo trovi adorabile. Vorresti sparargli, certe volte. Ma poi sai che è lui quello. Quello che ti rischiara le giornate buie. Il tuo sole coraggioso che va in giro a novembre. Dio, quanto tempo è passato, devo essermi assopita, pensando a Marco. Incredibile, dall’alto le autobotti, i furgoni e le navi sembrano le macchinine Hot Wheels. Miami è ordinata, geometrica, ogni villetta ha il suo giardino, sembrano tutti felici da quassù. E scendiamo, lo annuncia la hostess. Ci siamo. Con una discesa dolce per un aereo così possente, vediamo Miami. Una voce mi sveglia, lei è bella come l’hostess, ma non è vestita di verde e blu. E’ vestita di bianco. Io sono chiusa in un cilindro lucente. Ascolto perplessa e mi chiedo dove sia finita Miami, l’aereo, e tutti i passeggeri. Dove siano la dogana e i poliziotti, la pubblicità e l’aria condizionata. La voce dice: “Come va? Si sente bene? Oggi sembrava più in forma del solito, signora!” Poi un tipo che non è un pilota e neanche un doganiere fa: “Siamo al secondo ciclo di terapie, e lei risponde benissimo. Certo, le nausee continueranno, e altri capelli le cadranno, purtroppo, per un po’ ancora. Ma lei ha coraggio. E se continua ad averne, darà lo stesso coraggio alle sue cellule per combattere il male.” Ho paura. Richiudo gli occhi. Passerà presto tutto, se è solo un sogno. Riprenderò il volo. Dopo verrà Montego Bay. E poi il bus per Negril. E sarà vacanza, finalmente. Sarà libertà. Riapro gli occhi, ma rivedo ancora la stanza del San Raffaele. Ora li richiudo.
Gianluca Iovine Napoli, 15 luglio 2005
alle 16.12.06
Pubblicato da
Gianluca Iovine
0
commenti
L'UOMO ALL'ANGOLO
Gianluca Iovine con Claudia Carlino
L’UOMO ALL’ANGOLO
L’amore non ha tempo.
Gianluca Iovine Napoli, 27 gennaio 2006
alle 16.12.06
Pubblicato da
Gianluca Iovine
0
commenti
