sabato 30 giugno 2007

All'Accademia

Finchè un giorno non entrò una bottiglia.
Ne sentimmo la vampa di fuoco, il crepitare del vetro dissolto.
Qualcuno aveva chiamato l'arte alla lotta e deciso che c'era arte di regime e arte di contestazione.
E intanto bruciavano le tele, e annerivano i muri.

E io, che non leggevo Marx e che Schmitt non l'avevo mai amato, mi ci trovavo indiscutibilmente in mezzo.

IL MATRIMONIO MULAZZANI

Ma quella del matrimonio Mulazzani me la ricordo bene.
I paggetti e le damigelle si inseguivano per le gradinate del Duomo d'Amalfi.
I genitori dello sposo che si sposava in uniforme erano emozionati e sudati: in celeste e con il cranio rasato Alberto, ex pilota militare, e con un abito blu a fiori sua moglie Gisa, una bella signora lombarda.
I coniugi Raia stringevano la mano di Loredana, radiosa nel macramè bianco latte. Lei teneva la mano di Enrico, che alla destra portava la sciabola da cadetto.

I signori Raia erano persone umili, io mi augurai solo che la foto che avevo davanti agli occhi non si avverasse tanto presto. Sperai che il destino di quel pilota in missione di pace in una terra lontana non spezzasse quei sorrisi.

Ma ora c'era da pensare al presente. E a un fotografo che vede il futuro nessuno dà credito.

A SANTA MARTA

A SANTA MARTA
Rumore, rumore. Santa Marta non era mai stata come in quel 1977, e forse non lo sarebbe stata più.
Le contorsioni di parole e suoni di Demetrio e degli Area facevano imbestialire Giuan, ma il portiere del palazzo di fronte, in fondo non li aveva mai amati, quei ragazzi con la barba e le bandiere di Cuba.

Habibi Habibi, cantava Demetrio e Giuan bestemmiava a ogni attacco della chitarra elettrica.

Era un minuetto macabro, era il progressive.

martedì 19 giugno 2007

UN FIORELLINO AZZURRO

Un fiorellino azzurro in un prato non fa poesia.
Il poeta distratto preferisce fumare, e scartarlo.
E non s'accorge che la cenere spegne quei colori.
Troppo tardi, ha arso ciò che era sotto gli occhi.
Ora dovrà inventare di aver visto qualcosa.

Lui che l'ha spazzata via nel silenzio.

LE CORNA

Riusciva, quella donna, a nascondersi e a nascondermi la sua vita.
Avrebbe potuto celarmi una vita parallela di uomini e gemiti frettolosi, in un autogrill della statale. Scelse di nascondermi un libro.
Nei momenti vuoti non guardava la tv, girava le pagine da più di un mese.
Per se stessa. Orgogliosa come una gatta ferita, sognava settembre.
Una riscossa che poteva diventare una valanga senza limiti.
E pazienza se era sola. Meglio essere creduta traditrice che vinta.
E pensando questo, girò pagina e chiuse un altro capitolo.

sabato 16 giugno 2007

UNA SEMPLICE TAZZA DI TE' LONDINESE

Ho comprato una tazza di tè. L'antiquario ha voluto narrarmene la storia. Pensavo potesse interessarvi. Sapete come sono gli antiquari londinesi. Preferirebbero non essere pagati piuttosto che perdere l'interesse di un viaggiatore.

Henrietta e Wilfred Young si sposarono nel 1850, lei aveva vent'anni. Era la terza figlia di Marcus Classen e Therese Kufstein Riedock.
Le sorelle maggiori, le gemelle Arabella e Margarethe piansero molto la perdita di una sorella cui erano molto unite, andata sposa a un ricco e arrogante inglese.
Wilfred impalmò la sua Henrietta in una seminascosta chiesa della capitale, ma non fu un matrimonio felice. I pettegolezzi all'ora del tè spesso coprivano l'atmosfera di una casa vuota, che Sir Wilfred, pur quarantenne, abbandonava di frequente per quelle che fingeva fossero cacce alla volpe.
Una mattina fu trovato agonizzante per un colpo di fucile da caccia, e arrestarono Lorrraine Coen Salmon, un' inquieta donna del Kent di famiglia ebrea, con cui Wilfred sembrava smaltire le ansie del matrimonio.
Gli Young ebbero un solo gfiglio, John Luke, nel 1871.
Questi, prima di morire nel 1903 per un attacco di cuore, fece in tempo a mettere al mondo Conrad (1896), Humphrey (1898) e Barbara Ann (1900).
Conrad morì giovanissimo annegato nel Thames a soli 10 anni, mentre Humphrey, forse il più noto della famiglia, fu attore di teatro, spegnendosi di vecchiaia nel 1980 nella sua villetta d campagna a Beccles.
I figli, Anthony (1918) e Patricia (1924), viventi, abitano vicini, in due ricche case della Cornobvaglia, aspettando che gli eredi gli portino via le ricchezze accumulate in oltre 100 anni di storia familiare.
Barbara Ann morì serenamente nel 2000, dopo una vita centenaria, spesa, tra le altre cose, a curare, almeno fino al 1979, l'immagine del Celerey Tea nel mondo.
Morta nella sua poltrona, con uno strano ,soddisfatto sorriso, la vecchia Barbara Ann Young ancora stringeva un cookie ricoperto al cioccolato bianco e una tazza di costosa porcellana, profumata di tè qualità Darjelling.

La stessa tazza che ho appena poggiato a lato del mio laptop.

giovedì 14 giugno 2007

Data Astrale 2578. Arrivo a Neurona

Primo Taxiport. Mi ha fregato un junghad. Però ci ha messo pochissimo. Me la ricordo duecento anni fa, Neurona. Una coltre verde e viola, ci vedevi gli sgorax accoppiarsi, e le mascelle di enormi garoniz, divorare, nascosti tra i fiori di ufangre, le larve poco attente di uei. Ora Neurona è zolfo e morte. Bruciata dagli acidi. Ma devo lavorare, e scatto. Primo reducs, ho acquisito un sintovegetale che sbuffa fumo dal sifone. Altro reducs, il corpo senza vita di un verme della specie roddày. Acquisito un sasso blu, forse traccia cristallizzata di una coppia di mattajes. Ancora due. Fermo un mercante di tentacoli di saxxum, ha anche delle teste. Me ne fa assaggiare una, ricoperta di salsa e cenere. Lo saluto. Ultima acquisizione, il mio volto. La pelle grigia non c’è più, e due dei miei otto occhi sono guasti e non trasmettono. Devono rivederli questi fottuti bioritrasmettitori! Qualcuno ci morirà, prima o poi… Taxiport di ritorno. Altri otto junghad buttati via.

mercoledì 13 giugno 2007

WORM HOTEL

"Non ha prenotato? Hmm, no, a quanto pare", disse l'addetto alla reception.
"Bene, dovrei avere spazio in uno scatolino di cerini. Ecco la chiave."
Berosdeo e Cramella strisciarono fino a quel sogno di stanza.
Polvere di zolfo dappertutto, piccole schegge rosse come rose degli innamorati, e succulente macchie di grasso.
Strisciarono insieme fino a un piazzale di colla asciutta.
Lui la prese e senza molta timidezza, le si avvinghiò.
Certo, per due vermi poveri come loro non era grande e profumata come una mela o lucente e morbida come una bistecca, ma era la felicità.
Il paradiso, per due vermi semplici.

martedì 29 maggio 2007

STARSENE A CASA

BEPPE GRILLO & A.A.V.V. - GLI SCHIAVI MODERNI
Starsene a casa
Aggiornamento. Da agosto non lavoro. Ti promettono un posto di project manager in un
tour operator, e dopo un mese di lavoro nero, in straordinario da venditore di vacanze, torni
a casa. Ecco, io vorrei, caro Beppe, che venisse fuori una cosa. Starsene a casa se si vuole
lavorare porta una sola cosa: depressione. Ti senti inutile, scaricato, ti senti in colpa se esci il
sabato, perché sai che per te è purtroppo vacanza tutti i giorni. Ti consumi gli occhi davanti
al pc, tra le offerte di lavoro e le mille alternative per distrarti. La qualità del sonno peggiora,
le amicizie si deteriorano, il senso dell’umorismo sfuma, e ti fai domande. Ti chiedi cosa sarà
di te quando i tuoi non ci saranno più. Ti domandi come si può vivere di mance a 34 anni e
mezzo dopo una Laurea e un Master, ti inventi delle attività. Così fai editing, inauguri siti web, fai fotografia d’arte, scrivi racconti e discorsi politici, dai consigli di marketing e scendi in Camera di Commercio per fondare un’impresa. Pensi alle speranze dei primi anni, ai punti di svolta, a quelle volte che hai rifiutato un lavoro o quando ne hai accettato un altro. In questo quadro vivere con la tua donna, progettare un futuro, diventa secondario. Hai paura di mettere in circolo le tue infelicità e distribuirle a un figlio che non c’entra nulla. Vorrei che chi difende la precarizzazione istituzionalizzata del lavoro riflettesse sugli abusi e sui danni, anche psicologici. Quanti episodi di cronaca oggi hanno alla base la disperazione da lavoro! Quanti distretti hanno avuto uno sviluppo vertiginoso delle attività criminose, subito dopo la chiusura di stabilimenti produttivi? Vivo a Napoli, ma a Torino, Milano, Trieste non è diverso...

G. I. 08.03.2006 21:50

SPAGHETTO ETNICO DI TONNO

Gusti: Spaghetto etnico di tonno domenica 8 gennaio 2006 di Gianluca Iovine


Soli in casa, pomodoro a pezzi, tonno e poco più. Mi ricordo di Torino. Quando si è soli a Torino, si può andare al cinema, farsi fare i tarocchi o cucinare. Io a volte cucinavo.
Una bella pentola capace, la riempi di acqua tiepida fino al manico, e ci metti dentro un pugnetto di sale da cucina. la metti a fiamma bassa e aspetti che il sale evapori tra le bollicine. Intanto sull'altro fuoco hai una padella appena unta di olio. Ci vuoti dentro una scatola grossa di tonno già senza più olio, dei bei capperi senza molto sale, qualche oliva nera già mondata, e pizzichi di rosmarino, origano e cipolla tritata. Con un cucchiaio di legno soffriggi tutto. Poi, all'improvviso, anneghi tutto con dei bei pomodorini a pezzetti, presi da una scatola, e filtrati. Lavori il tutto, arricchendo con altra cipolla tritata e altri pizzichi di rosmarino. Una volta che tutto sembra pronto, ci va giù un po' di sherry vecchio. Spegni la fiamma appena lo sherry si incorpora, e prendi gli spaghetti. Bastano 100 grammi a testa. Li spezzi, e li metti nell'acqua bollente della pentola. Li scoli al dente, e poi li lavori da cotti in padella, saltandoli nella salsa di pesce e spezie. Un ultimo goccio di sherry e un pizzichino di pepe nero. Credo che ti piaceranno. Dolce, salato, forte, speziato... Per un po' i problemi aspetteranno !

I FRAMMENTI

Tratto da: http://www.diamocideltu.net/blog/romance1.php3

Romanzone#16"I Frammenti"domenica 8 gennaio 2006 di Gianluca Iovine
Alice inizia a ricordare. Le immagini prima di lasciare casa, le paure, le premonizioni. Ma vuole, deve partire. Il sacco a pelo, le birre, le cartine. Il libro di Faber. Avevo sottolineato in rosso tutta Via del Campo. Le immagini si facevano sempre più nitide. Ricordo che al tg volevano farci paura. Solita logica dell'aggressione. Dicevano di non venirci proprio, a Genova. Era diventata tutta loro, chiusa, e noi saremmo stati nel pollaio fuori la Zona Rossa. Io più sentivo quello del tg che diceva questo e sorrideva, più stringevo i pugni. Lasciai pure le birre e le cartine. Volevo andarci io, sola e ribelle. Volevo andarci per vedere, perchè non mi raccontassero loro quello che volevano. Volevo sentire le cose, fiutarle, come un animale. E volevo urlare, urlare con gli altri disperati o magari meno disperati di altri, che un altro mondo è possibile. Poi immaginavo le cariche, la polizia, i carabinieri coi caschi, i megafoni. Fantasie della paura. Baciai il mio gatto nero e mi chiusi la porta alle spalle. Sì, ora ricordo proprio tutto...

STANZA DELLE MERAVIGLIE

Fuori il sole contrasta il sottile velo di buio che inonda il caffè, di legno scuro.
L'intreccio di paglia delle sedie, intrise di tabacco, attende i volti di nuovi viaggiatori.
Tisane al cinnamomo, karkadè fresco e caffè Colombia, per cominciare.
E intorno un paradiso di libri scampati alla pioggia, raggi di luce pigri che si dissolvono all'intorno,
e piastrelle azzurre, quasi Lisbona decidesse per una volta di essere
bella in silenzio.

giovedì 24 maggio 2007

LIBERATO IL PETTINE!

Giardino Zen - Esterno giorno
La sabbia nel terrario, alberi bonsai di ciliegio intorno, giochi d'acqua.
Rastrelli abbandonati a decine sulla sabbia.
Arriva un pettine, è pieno di abrasioni, ha ancora i segni delle catene e della tortura. Macchie di sangue sul dorso.
Ha perso qualche dente, ma ha il corpo d'osso.
Si getta sulla sabbia, e scende in verticale, creando piccoli solchi e disegnando arabeschi, inseguito da un orribile armadio portaoggetti da bagno in formica.
La sabbia ora è irriconoscibile. Lo spirito Zen ha liberato il pettine, che non ha più sangue, ne' cicatrici.
Ora è libero, l'armadietto scompare disintegrandosi al sole.

martedì 8 maggio 2007

IL COMMISSARIO CHE VEDEVA I MORTI

Ogni scrittore ha un dono, e, insieme, una condanna: riesce così bene a dare vita ai suoi sogni, che piegato da tanta magia, finisce per inseguire creature invisibili. Per questo, perchè è prima di tutto un uomo che sogna, Maurizio de Giovanni riesce a consegnare il suo sguardo all'ignoto. Nell'istante in cui dà vita al suo Commissario Ricciardi, Maurizio smaterializza, sfalda la Napoli di oggi, per ripiombare, e noi con lui, nelle atmosfere della Napoli del Ventennio; un autore che vanta una straordinaria intimità con i materiali del Primo Novecento, tanto da sembrare medianicamente presente in quel 1931 di vicoli e strade di povertà e rigore, di colpevoli inermi e vittime consapevoli. La galleria umana de "Le Lacrime del Pagliaccio“, opera prima di de Giovanni, esplode sotto i nostri occhi, in coriandoli amarissimi di dolore e fame, gelosia e ambizione. Un affresco delle miserie della metropoli, nel quale si è colpiti dal violento contrasto tra il nitido degrado della borghesia e dalla sudicia fierezza della plebe; classi che si disputano il pane, l'amore, la sicurezza, nel sangue. Eppure, il romanzo di questo tenore geniale e odioso, trucidato nel suo camerino misteriosamente, nel mezzo della messinscena al Lirico San Carlo, tra tanti possibili testimoni, e troppi possibili colpevoli, è straordinariamente agile e ben fatto, alleggerito da tocchi di humour e da personaggi di contorno scolpiti come pastori del Seicento. Il risultato è che l'indagine sulla morte del tenore Vezzi, compiuta da un commissario - antieroe che ha la maledizione di rivedere l'ultimo istante di vita degli uccisi - diventa lo sfondo per una ricostruzione potente e accurata del 1931 a Napoli. Un anno del quale pur mancando le fonti documentali, de Giovanni ha saputo trasmettere gli odori, le angosce, i silenzi e il vento. Napoli appare così finalmente libera dal clichè visivo dei panni al sole e del mare, mostrandosi più che mai cupa e livida, visivamente più reale del vero. E se povertà e fame, gelosia e sesso, invidia e ambizione sembrano reggere Napoli e la diversa umanità che la abita, credibilissimi restano i gesti in vita e in morte dei personaggi, primo fra tutti il commissario che usa il dono oscuro di vedere i morti nei loro ultimi istanti per chiudere un'indagine. La scena del San Carlo, i personaggi che creano la rappresentazione, i sovrintendenti, il pubblico: ognuno sembra nascondere segreti, invidie, umiliazioni; ognuno potrebbe aver ucciso il più grande talento della lirica italiana, il tenore con la voce d'angelo e l'anima di un diavolo. Un'indagine voluta in tempi brevi addirittura da Roma, da quel duce capo del Fascismo che resta sempre sullo sfondo, invisibile e cupo presagio egli stesso. Ancora un volta metodicamente, scrutando gli sguardi dei vivi per placare l'urlo dei morti, Ricciardi risalirà il filo degli eventi, risalendo il ventre della città, frugando nei suoi cassetti, tra le sue lenzuola, fino ad arrivare alla verità.
Solo un anno fa Maurizio de Giovanni era un funzionario di banca che scriveva per passione personale. Dopo l'esperienza del laboratorio di scrittura comica "Achille Campanile" ha trovato la sua maturità espressiva, rivelata da concorsi letterari vinti in scioltezza. Di particolare rilevanza la vittoria nella sezione "brevi" del concorso che ha poi dato luogo a "Vedi Napoli e poi scrivi", antologia edita da Kairòs - Napoli, che è stata un piccolo caso editoriale a dicembre con la prima tiratura andata esaurita in poche settimane. Proprio grazie a un concorso per giallisti, "Tiro Rapido - 911 Minuti" organizzato fra gli altri, da L' Europeo e Porsche Italia, nacque in un caldo giorno di giugno del 2005 il commissario Ricciardi. Lo sguardo misterioso di una bambina appoggiata alla vetrata del Caffè Gambrinus fece germogliare il plot de "L'Omicidio Carosino", che superò le selezioni napoletane. Alla finale fiorentina c'eravamo anche noi, a bere con Maurizio quel cattivo caffè su Ponte Vecchio. Un caffè portafortuna, che poche ore dopo rivelò un talento di romanziere. La sera della premiazione de "I vivi e i morti", il più scettico sembrava proprio il premiato. Oggi, che Maurizio ha ceduto i suoi occhi profondi e inquieti al personaggio, ne "Le lacrime del pagliaccio" avvertiamo, sotto la patina nera del delitto, respiro e architettura di un piccolo grande romanzo storico. Le lacrime del pagliaccio assassinato al camerino del trucco, sono uno specchio sociale modernissimo, di una Napoli creduta persa e invece ancora esistente. In quella città che ha riaperto gli occhi sul suo passato, rivivono le nostre debolezze e tragedie di popolo. Maurizio de Giovanni avrà spazio nelle nostre librerie tra i classici del giallo, e si guadagnerà l'affetto dei lettori, così come il suo Commissario, segretamente innamorato di una donna semplice e timida come lui. Sommessamente, non potremo che desiderare di seguire i suoi incubi per molto tempo ancora.

ALBA SCARLATTA / HO RICUCITO / OLIMPIADI

Alba scarlatta

Alba scarlatta
un arbusto disvela
un gatto nero

Ho ricucito

Ho ricucito
la sua grisaglia nera
e fa mattina

Olimpiadi

Olimpiadi
senza televisione
ci rido sopra

sabato 21 aprile 2007

TI RIVEDRO' LUGANO

TI RIVEDRO', LUGANO (A Claudia C.)
Ivan Graziani diceva addio alla cittä, ma questi portici, e il lago nero, che riflette il cono di luce del monte Brè non possono essere lasciati facilmente alle spalle. Il lungolago di notte vive del silenzio di pietra e bronzo di rinoceronti, pavoni, cavalli rampanti. Sull'acqua piatta anche in piena notte i germani chiamano le compagne, che strisciano l'acqua seguite dagli anatroccoli, sempre un po' caotici. Le luci dei night club per ricchi, i palazzi fine secolo, i caffe' animati e il profumo degli asparagi. Se vedi un lago con un paradiso intorno, forse sei con me a Lugano.

mercoledì 18 aprile 2007

SPIRITO D'AFRICA

A PAOLO SPOTTI, SPIRITO IN FUGA DAL BANALE

Manto picchiettato di nero paglia bianco; il capo piccolo, aguzzo.
Il fuoristrada gli si affianca, e sposta il carico sulle scapole. Vira di destra, le zampe bruciano il terreno polveroso.
La jeep zebrata, e i fotografi a bordo, arrancano.
E' partito in fuga ora, a capo abbassato.
Segue solo se stesso, imprendibile, al teleobiettivo:
Stavolta è sfuggito, il ghepardo.

lunedì 2 aprile 2007

IL BINARIO MORTO DELLE VITE

Esiste un luogo delle cose perse, delle persone mai più viste. La scomparsa è solo in questa dimensione, la realtà veloce della nostra stazione. L'arrivo nel grande ventre metallico di Milano è per ogni Interregionale, Intercity o Eurostar un lento incasellarsi nel binario giusto, prima che lo sciame attivo delle vite vive si riversi in testa ai binari e via, a cascata sulle scale mobili e nell'imbuto della metro. Ma se scostiamo lo sguardo lateralmente, prima di Milano Centrale, tra ciuffi d'erba e ruggine, ci sono i treni in riparazione, e quelli in attesa di preparazione. Ed è solo più in là che affiorano i rottami, ancora densi di piombo di vagoni e locomotive che non avranno più movimento. A tutti gli effetti morti, ma visibili. Nascosti agli occhi, ma non alla pioggia. In quella rotta strana dove esistono ancora i parenti volati via, le storie franate, le ipotesi di futuro ferme sul bilancino rotto. Fuori dal tempo, perchè il tempo lo hanno già divorato tutto. Gli resta lo spazio, tra ricordi e binari. Lo spazio a margine.
Gianluca Iovine

domenica 4 marzo 2007

MATTINA (2004)

Quando la pioggia inizia a colpire il parabrezza, e i tergicristalli ballano freneticamente davanti ai miei occhi, ecco, quello è il momento buono per viaggiare. Un ingorgo al Casello di Melegnano in una giornata anonima come questa può durare anche delle ore, e allora io cosa faccio..?! Beh, chiudo gli occhi e viaggio, appunto. Mi vedo volare via dal tetto di lamiera, e superare la mia auto ferma, le altre auto a Melegnano, attraversare in un lampo la Lombardia e l'Italia.... Sempre in volo, forte e rapido come il pensiero, sono deciso ad atterrare a Montego Bay, all'aeroporto, in mezzo a quella gente con il sorriso sempre in faccia.Varcata la dogana sono ancora in Giamaica, in mezzo al rumore e al fumo, tra i colori e le strade bruciate dalla polvere, gli incidenti sfiorati a ogni curva, e la musica, la musica, dentro le ossa. Anche di chi non la vorrebbe sentire, che la odia perfino, come quel vecchio americano seduto di lato nel pulmino, che impreca e si terge il sudore, mentre Jimmy guida nella notte verso Negril, accompagnato dai Wailers e Bobby Marley. Buffalo Soldier! L'arrivo alla Runaway Bay, turchese e scura per via della notte, è uno sguardo alle bottiglie ambrate di rhum e agli ananas tagliati sul tavolo. Poi i clacson di Melegnano, e una Fiat Punto rossa che mi passa davanti insultandomi. Ma almeno la pioggia non batte più.

Arcadja Fjodorova

"Arcadja Fjodorova"
Nel freddo si accostava con grazia il cappotto al collo, e sfidava il vento delle strade buie di Mosca. Era fragile e nervosa nel fisico, una giovane donna tutta occhi. Anche quando il gelo le invischiava lacrime tra le ciglia, mai smetteva quel suo sorriso. E dopo tanti anni, la rividi su prospettiva Nevskji, che si stringeva arrogante al suo colonnello Fjodorov. Collo di volpe, occhi sfuggenti, e un pendente di zaffiri. Aveva tutto, ma aveva perso quel suo sorriso.

giovedì 22 febbraio 2007

UN APOCRIFO DAL PASSATO

Lo so, parlare di politica per ore con te è troppo naturale. Ho la sensazione che mi stai entrando dentro. Vedi, la verità è che quella foto ha cambiato tutto. Speravo quasi non avessi un volto. Poi ho visto tutto quel rosso. I tuoi occhi. Sprezzanti. Intensi. Non so, sono confuso. Adesso ti vedo come una donna, non sei più quattro righe scritte sul monitor, ne' una voce nella notte... Ora quel biglietto ho deciso di prenderlo. Fregatene, non pensare che esco con le altre, che ho un passato, da te non voglio nulla. Voglio solo guardarti, sentire chi sei, respirare la tua Calabria, e quella Polistena che non so cosa sia. Ti chiedo solo questo, lascia che quel treno lo prenda...

APOCRIFO DEL 22 7 2005

lunedì 5 febbraio 2007

SPEZZARE IL SILENZIO

Cinquefrondi. Reggio Calabria. Italia.

Un assessore onesto, capace, coraggioso, Michele Conia. Vigliacchi nella notte gli incendiano il portone e l'auto. Cercano di piegarlo, di mettergli paura, di fermare il cambiamento. Forse gli stessi che hanno vandalizzato la sede di Rifondazione Comunista, che ogni tanto bruciano le auto di cittadini e amministratori, e che nel silenzio e nell'indifferenza di troppi opprimono intere città e sbranano le nostre speranze. Esisterà mai un giorno senza l'assedio del crimine in Sud Italia? Esiste un'alternativa precisa a questa anticultura mafiosa. Perchè lo Stato abbandona questi territori? Perchè non dà risposte precise in termini di repressione dei crimini, di adeguamento infrastrutturale, di occupazione? Perchè si mantiene un'Italia a due velocità a 137 anni dall'Unità d'Italia? Quale peccato originale chi nasce a Sud deve espiare? E per quanto ancora? Nel frattempo ci si arrangia, cercando di non farsi uccidere, di vivere normalmente, come se tutto questo fosse sopportabile.

sabato 13 gennaio 2007

Qualcosa di personale

Non parlo spesso di Claudia. Ne parlo sempre, ma nascondendola in scatole cinesi che sono personaggi o cenni negli articoli che scrivo. Stavolta invece voglio spiegare una sensazione, che solo per me è acquisita. "Il treno io l'ho preso e ho fatto bene", canta De Gregori. Per che cosa, pensano in tanti, scappare dall'aula di Milano a Santa Marta, correre verso Piazzale Cordusio, o magari tagliare tra San Vito e via Torino verso il Duomo per centrare il notturno delle 19:45? In quelle cuccette dove si è obbligati a dormire poco e male, a pensare nelle lunghe ore della notte idee nate a Bologna e a Napoli già dimenticate, in quel silenzio, in quella semioscurità mi preparo a rivederla. Perchè è la visione di quegli occhi, il profumo della pelle, la carezza di quella voce che dà senso ai crampi, al mal di schiena, allo schifoso caffè da treno. Rivedi Claudia, a Rosarno, Gioia Tauro, a Reggio Calabria, e risenti i brividi dentro. L'amore.

mercoledì 10 gennaio 2007

IL TRIANGOLO DELLA MORTE

"Invio. Fatto. Stasera leggerà. "Vanni Andreini spense il Notebook e lo ripose nella custodia. Non tornò a letto da Giuliana, preferì guardare con malinconia il sole sorgere tra i colli. Non sapeva se sarebbe stata l'ultima notte con lei. Forse era giusto così, andarsene scrivendo un postit. C'era da prendere quel treno, avrebbe capito. O forse no. Mentre aspettava il taxi fumando la sua Winston, avvertì come una strana sensazione. In macchina faceva freddo, il tassista non aveva voglia di parlare, Vanni si aggiustò il bavero del loden, e guardò l'orologio. Rischiava di perdere il Roma - Reggio delle sei e mezza. "Può fare più in fretta? Sa, c'è il treno che..."Il tassista sbuffò e cambiò marcia. Roma correva ai lati dell'Alfa. A Termini non era mai facile trovare il binario. Ma doveva essere il 14. Anche stavolta niente caffè. Carrozza 3, posto 96. Eccoci.
Mia Romito pensava a che schifo di giornata l'aspettasse, al sindacato quel pomeriggio. Ma prima c'era da farsi il solito giro a Reggio Calabria, il pieno da fare, magari con l'auto del vicino parcheggiata giusto fuori il garage. Niente di peggio di un lunedì per peggiorare il mal di testa. Neanche la doccia sembrò cambiare la situazione, e neppure un po' di quella tisana dolce che le aveva già risolto qualche mattina. Alzò la saracinesca, era giorno di mercato ma non aveva voglia di vedere i commercianti montare le tende. Partì dalla Piana troppo presto quella mattina. Accese Isoradio per cercare quel pezzo dei Muse che le ricordava di lui, pensando che quel lunedì sera diventava più simpatico se pensava che l'avrebbe rivisto e si sarebbero magari amati un po' tra le coperte di quella casa così fredda al numero 9 di via Tripodi.
Giuliana cercò ancora al buio tra le coperte la mano di lui. Non trovandola, sentiva il cuore battere più forte. Accese il lume e vide solo lenzuola scomposte. Un gran senso di vuoto. Vestita alla meglio, corse in cucina. "Dormivi così bene. E io ero così confuso. Scendo con l'Eurostar a Gioia stamattina. Ti chiamo appena posso. Ho bisogno di capire delle cose, e di capire se è ancora amore, il nostro." Si asciugò le lacrime e cominciò a pensare che forse stava proprio per finire, tra lei e Vanni. Alla fine sembrava avere vinto l'altra. Andò a chiudersi in bagno, per piangere seduta fumandosi il dolore in pace.
A Maratea mancava poco. Girolamo Cedro era nella Volvo di Michele Zito che guidava silenzioso. Gli fece un cenno, e mentre l'auto accostava al belvedere, fece quella chiamata. "Pronto? A bellizza, allora! A che punto siamo? Stiamo bene?" "Tutto a posto, cumpari, li stiamo aspettando anche noi. Sto qui con l'amico Rosario, che anche lui conta i minuti..." Girolamo salutò e andò a guardarsi lo spettacolo. Era una macchia bianca e rossa, da lontano. Poteva contenerla nelle mani. Solo quando iniziò ad avvicinarsi sembrò assomigliare un po' di più a un treno. Veloce, lanciato, senza ostacoli, il Roma - Reggio delle 6,45 saltò in aria in un silenzio apparente. Il fuoco e le lamiere contorte si mischiavano alle rocce e al mare blu scuro. Dalla distanza sembrava tutto così perfetto, anche le carrozze di prima classe e il locomotore sventrato, e il resto del treno che secondo dopo secondo si piegava come un animale ferito sulla massicciata. Mommo Cedro non potè trattenere una risata di soddisfazione, buttando la sigaretta tra i sassi bianchi. Michele Zito mise in moto la macchina, e partirono verso Reggio.

SULLE PANCHINE

C’era il sole, stamattina a Milano. Non che possa chiamarsi sole uno sputo di bianco in mezzo al cielo incolore, ma almeno oggi si vedono bene le sagome delle panchine al Sempione. Chissà se sta dormendo, Giorgione. Ha gli scarponi mangiati davanti, e la destra che tocca terra, sfiorando il cemento. E’ pieno di cicche vecchie. Non ha neanche finito il quarto di rosso. E purtroppo, ora che alzo il Corriere di mercoledì, vedo che qualcuno gli ha tagliato la gola. Povero Giorgione, morte di merda.