martedì 12 dicembre 2006

A VOLTE TI UCCIDE IL PESO DEI SOGNI

Oltre il termitaio di cemento delle case sventrate, delle verande di vetro e cemento, dei mattoni rossi, ci sono file di panni stesi che aspettano raggi di sole lunghi un sempre. I secondi piani affacciati sul mondo del niente, i progetti fatti a pezzi dalla macelleria della vita. Quello che resta, delle speranze di tante famiglie qui a Gioia, è nascosto proprio nell’anima di questi mattoni. E se per altri è vergogna, per la gente di qui è trofeo, ciò che resta del sogno familiare, a volte realizzato fuori tempo massimo. Antonietta forse pensava cose così, o forse no. Non aveva studiato molto. Aldo aveva un piccolo bar, lei lavorava alla cassa, i figli piccoli Raffaele e Ippolito aiutavano come potevano. Una vita normale, lavorando non si sarebbe mai diventati ricchi, ma almeno non mancava niente. Insieme ogni domenica Aldo e Antonietta contavano i soldi. Era come un gioco. Facevano i cilindri di carta con le monete da 100 e da 50 lire, e i pacchetti da mille, cinquemila e diecimila lire. Passavano le stagioni, quelle del silenzio e quelle del piombo, delle proteste e dei braccianti, dei politicanti e di nuovo del silenzio. Il caffè piaceva a tutti. Servivano tutti, anche se poi i capifamiglia spesso non volevano pagare, e allora che potevi fare? Sorridevi, ma di quei sorrisi spezzati. Non erano solo le stagioni a pesare sulle spalle e neanche solo le tasse. Pesava più di tutto il sogno. Anche i sogni pesano a Gioia, perché sono di cemento pure le idee. E se uno ha deciso che Raffaele che ora ha vent’anni deve avere la casa per mettere la testa a posto e andare a vivere con Maria, allora bisogna fare i soldi. Le fondamenta e il primo piano c’erano già, pure le scale avevano cominciato a prendere forma. Non era una casa bella, ma era una casa forte. Antonietta e Aldo speravano di vederla presto riempita di mobili, ceramica, argenti e soprattutto bambini da crescere. Perché i vecchi vivono nei bambini. E sarebbe stato bello un giorno arrivare a settant’anni e cullare un piccolo Aldo o una piccola Maria Catena. Ma è difficile tenere in aria come fosse un palloncino rosso il tuo sogno, se è di cemento. Pesa troppo, cade giù, e tu sotto di esso. Non fu solo lo strazio di trovare quel brutto giorno del 1979 Aldo morto del letto, no. Antonietta capì che in quel momento tutto stava per sbriciolarsi. Restò Ippolito, che aveva 18 anni e il carattere forte del padre. Raffaele a ventun anni prese la valigia e andò da quegli amici suoi in Germania. Qualcosa la sapeva fare come muratore, il diploma di ragioneria lì non serviva. E partì, lasciando pure Concettina, che non volle più sposare. Sogni sempre più appesantiti, fragili, divelti come cancellate mangiate dalla ruggine. Antonietta guardava le fotografie di Aldo e anno dopo anno contava i soldi. Prendeva qualcosa, e i muratori costruivano. Poi un giorno, aveva solo vent’anni, povero figlio, Ippolito lo trovarono i Carabinieri in una vecchia cisterna con la siringa ancora in vena. Morto di tristezza. Antonietta avrebbe voluto morire pure lei. Ma il dolore preferisce tenerti vivo e rigirarti. Restò viva sulla poltrona. Raccontano che di sera si metteva nella casa costruita a metà e cantava come una nenia la marcia nuziale al figlio. Contava sempre i soliti soldi. Anche se il bar era chiuso da un pezzo, e i sogni non volevano più staccarsi da terra.
GIANLUCA IOVINE

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