sabato 16 dicembre 2006

VOLO SENZA ALI

Gianluca Iovine

VOLO SENZA ALI

Il Viaggio che respingi.

L’Airbus si stacca dal suolo, dopo aver divorato la pista. Un’enorme macchina d’acciaio, leggerissima, che sembra avere voglia di andar via da Milano anche più di me. E la pista dall’alto scompare in fretta, mentre leggo la prima pagina del lunedì. Non avrei dovuto essere su questo volo, avevo tanto da fare, in città. Ma in agenzia hanno capito le mie esigenze, e per una volta i colleghi mi hanno ceduto 8 giorni di agosto. Non so come immaginare Negril. Forse palme, lagune, spiagge bianche, ma tutti dicono che la Giamaica ha qualcosa in più. Qualcosa che va oltre le dimensioni e l’aspetto dei luoghi, una terra diversa, forse più sorrisi che alberghi, un posto dove una milanese di trentacinque anni può ancora sentirsi una persona, e non una struttura, o una comparsa da aperitivo. I voli sono sempre una tortura lunghissima. “Come passerò il tempo?” - ti domandi, dopo aver guardato l’orologio, la mappa elettronica, riletto Repubblica, mangiato gli snack e fissato le hostess mentre cercano di essere sorridenti e spontanee, lo sguardo velato di noia. Ogni tanto succede qualcosa, magari un passeggero che dimostra di essere al primo volo, o un bambino che sembra sia salito solo per far venire voglia a tutti gli altri di scendere. Dagli oblò ti guardi giù e vedi poche nuvole bianche e il suolo che quasi sembra non muoversi. Vedi le Alpi e mangi un panino ridicolo, bevendo caffè lungo. Immagini quante volte nella vita hai desiderato un secondo in più per un treno da prendere o un bacio da dare, e non l’avevi, maledizione! Lì, sul Milano – Miami hai tanto di quel tempo…! Un’overdose di tempo, morbido e dolciastro come etere. Ti sembra di mangiarne, di respirare tempo, di nuotarci dentro come un delfino, e contare i singoli secondi camminare sul quadrante. Quando spengono le luci è davvero brutto. Neanche il vicino logorroico resiste, e dorme, come quasi tutti. In quella semioscurità una single di Milano con una convivenza in frantumi da due anni crolla e si vende alla tristezza. Tanti pensano di dover diventare vecchi per rimpiangere. Sbagliato. Passi i trenta e i ricordi ti perseguitano. Strano. Pensi che anche la noia di questo viaggio sarà ricordo. Ma non brucerà come i baci di Marco, o come il suo volto che candidamente ammette di avere un’altra… Poi per fortuna l’aereo, lucente al sole, vira verso la Spagna, ma prima attraversa un bel po’ di Francia. Lo spuntino del pomeriggio e un bel film di Pupi Avati. Un film triste, ma corretto. I film sugli aerei sono sempre troppo corretti. Sono tristi, divertenti o emozionanti il giusto, senza mai andare oltre il limite. Se vuoi un film oltre, devi andare al cinema, e non chiedere a una compagnia aerea di scegliere per te. Ma a quell’altezza, non puoi chiedere niente o quasi, di diverso da quello che hanno scelto per te altri. Una bella metafora, già. Pensi di essere libera, e invece qualcosa o qualcuno sceglieranno per te, fino alla fine. In fondo il film non è tanto male. Solo che vedere Neri Marcorè e la Incontrada cercare di amarsi mentre tu dentro cerchi di pensare solo alla Giamaica, fa un po’ male. Il tempo passa, certo, ma mai in fretta. Fortuna che c’è il bagno, altri dieci minuti andranno via. A fine corridoio quelle tende ci separano dalla Top Class. Noi della Turistica abbiamo meno spazio per stenderci e poggiare i piedi, ma a parità di noia, in prima classe penso sia anche peggio.. Non si vede molto della Spagna, se non qualche fazzoletto di terra di tanto in tanto. Il silenzio in aereo è tranquillizzante. Sto provando a fare un cruciverba, ma non mi viene in mente nulla. Mi fermo al 18 orizzontale: grave degenerazione cellulare. La parola è sinistra, soprassiedo. Finalmente dormo, ma non molto. Non ricordo quasi mai i miei sogni, da qualche mese a questa parte. Fossi stata a Milano, avrei sognato un viaggio. Dunque, adesso se avessi sognato, forse avrei visto il tram di Cordusio girare come un ventaglio, evitando al solito qualche ritardatario in mezzo ai binari. Forse avrei sognato la Milano che preferisco, quando albeggia ed è silenzio, e vedi solo poche persone in giro, aprire i negozi e mettere in moto la città. Avrei forse sognato il Caffè San Carlo e quel vorticare di tazzine che in pausa pranzo diventa un’abitudine degli occhi. Ma non ho sognato. Ora c’è il mare, e ce ne sarà per ore, almeno fino a quando non avremo visto le coste americane. In questo momento, forse saranno i nervi, non ho più voglia di vedere Negril, anzi vorrei tornare nel mio guscio sicuro. Nel mio letto forse sarei meno sola e meno debole. Forse. Guardo i pannelli di plastica, e giro con gli occhi, guardando tutti i passeggeri. Ho sempre paura di trovare un sospetto, un terrorista pronto a farsi esplodere. Ho sempre un momento di paura nell’arco di un viaggio. Un momento in cui penso che l’aereo cada, ora che la mia vita è incompiuta, che ho ancora un casino di cose da fare, e che non ho ancora dato una sterzata alle mie scelte. Poi arriva l’oceano. Comincia il tempo più lungo. Parte anche il secondo film, i soliti supereroi. Gli X-Men. In un modo o nell’altro sulla cartina elettronica il disegno dell’aeroplanino cammina sulla rotta verso la Florida. Poi comincia un’accelerata del tempo. L’America prende forma sotto di noi. Pensi ai suoi spazi, all’enormità di cose stupide e fantastiche che contiene, alle città, a volte senza storia, ma in fondo affascinanti per questo, come terra vergine. Città che appartengono a tutti, anche a chi le vede una volta sola con una digitale al collo. Immagini New York, Chicago, Washington e San Francisco, e tutte le altre città mito che da prima di nascere esistono già nel tuo mondo di appartenenza. Le immagini, le foto, il web e la tv ripetono all’infinito che esiste l’America. Così ci credi anche se i tuoi occhi non l’hanno mai vista. Semmai, ti convinci che forse Milano potrebbe non esistere, e certe volte dovrebbe non esistere. Come quando è crudele, ti lascia sola, ti uccide di indifferenza e poi sorride finta chiedendoti se serve una mano, augurandosi che tu non risponda mai sì... Milano, l’Italia. Chissà che ora è là, chissà cosa sta facendo Marco...Chissà se Lisa è all’aperitivo del Gioia 69, a bere mojito.... Magari Giorgio stasera non ha visto Marinella... e forse Lory e Giovanna sono a fare straordinario in agenzia... Ma non devo pensarci, non devo.. Io ho Miami, ho Negril. Stasera tardi sarò a prendere un drink in alto sulla scogliera, forse a guardarmi un giamaicano ben fatto e a pensare da quant’è che Marcello e Mario non vedono una palestra... Sarò lì che guardo il mare, a pensare che la vita è bella, proprio perché non la capisci, perché non ti si spiega davanti subito. La vita è una carta arrotolata come un papiro antico. La decifri pian piano, e neanche da sola. Spesso muori senza averci capito niente ancora. Non sai perché, ma la ami, come un uomo che ti fa soffrire. E più te ne fa, più lo trovi adorabile. Vorresti sparargli, certe volte. Ma poi sai che è lui quello. Quello che ti rischiara le giornate buie. Il tuo sole coraggioso che va in giro a novembre. Dio, quanto tempo è passato, devo essermi assopita, pensando a Marco. Incredibile, dall’alto le autobotti, i furgoni e le navi sembrano le macchinine Hot Wheels. Miami è ordinata, geometrica, ogni villetta ha il suo giardino, sembrano tutti felici da quassù. E scendiamo, lo annuncia la hostess. Ci siamo. Con una discesa dolce per un aereo così possente, vediamo Miami. Una voce mi sveglia, lei è bella come l’hostess, ma non è vestita di verde e blu. E’ vestita di bianco. Io sono chiusa in un cilindro lucente. Ascolto perplessa e mi chiedo dove sia finita Miami, l’aereo, e tutti i passeggeri. Dove siano la dogana e i poliziotti, la pubblicità e l’aria condizionata. La voce dice: “Come va? Si sente bene? Oggi sembrava più in forma del solito, signora!” Poi un tipo che non è un pilota e neanche un doganiere fa: “Siamo al secondo ciclo di terapie, e lei risponde benissimo. Certo, le nausee continueranno, e altri capelli le cadranno, purtroppo, per un po’ ancora. Ma lei ha coraggio. E se continua ad averne, darà lo stesso coraggio alle sue cellule per combattere il male.” Ho paura. Richiudo gli occhi. Passerà presto tutto, se è solo un sogno. Riprenderò il volo. Dopo verrà Montego Bay. E poi il bus per Negril. E sarà vacanza, finalmente. Sarà libertà. Riapro gli occhi, ma rivedo ancora la stanza del San Raffaele. Ora li richiudo.

Gianluca Iovine Napoli, 15 luglio 2005

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